Irian Jaya: delirio verde - 3^ parte

Eravamo in gruppo, partenza il 25/07/1997 con ritorno il 25/08/1997.

(…. continua)
Mentre siamo seduti tutti a riscaldarci attorno ad un fuoco, come per miracolo, dal buio della foresta sbuca un gruppo di Yali, sono cordiali, s’accovacciano accanto a noi e cominciano a dialogare tra di loro. E’ una notte stupenda, il cielo è così pieno di stelle da essere quasi inquietante, ci guardiamo neggli occhi e ci rendiamo conto che stiamo vivendo dei momenti che ricorderemo per tutta la vita. Frangkie, la nostra guida, afferma che questi Yali fanno parte di una tribù che ha abbandonato da qualche anno il culto del cannibalismo, ci guardiamo tutti un pò impauriti, ma il candore dei loro occhi la gentilezza dei loro movimenti ci danno un pò di sicurezza. Dopo circa un’ora i nostri amici pigmei capiscono che siamo stanchi, e così come sono arrivati, scompaiono, con in mano un tizzone ardente, fagocitati dalla foresta, cantando una nenia che ancora oggi ritorna nelle nostre menti. Tutti i giorni, ad ogni sosta, i nostri portatori intonano delle canzoni. Noncuranti della nostra presenza si riuniscono in circolo ed in coro cantano canzoni che parlano della loro terra, delle loro radici,delle loro donne, canzoni avolte tristi, ma che noi ascoltiamo con rispettoso ed estasiato silenzio. Finalmente dopo sei giorni di marcia, stanchi, distrutti dall’ultima montagna scalata, intravediamo la striscia di terra che disegna la piccolissima pista dove atterrano i Cessna, e ci indica che siamo ormai a poche ore di cammino da Angguruk.

Angguruk, piccolissimo agglomerato di case e capanne, animato una volta la settimana da un mercato poverissimo, dove la gente dei villaggi limitrofi si riunisce e vende o baratta que poco che hanno saputo tirare fuori dalla propria terra. Già, perchè in Irian Jaya, la coltivazione è praticamente sconosciuta (a parte la patata dolce coltivata vicino a Wamena), gli allevamenti di animali tipo ovini e caprini è inesistente, di conseguenza non c’è latte (a parte quello in polvere che si può trovare solo a Wamena), non c’è carne, frutta, c’è pochissima verdura. L’unico metro di ricchezza sono i maiali, ed è proprio per questo che ogni famigli ne macella solamente un paio l’anno. Probabilmente, l’abbandono del culto del cannibalismo è ancora troppo giovane, e sicuramente, anche se il governo indonesiano smentisce, ci sono ancora delle sacche di territorio inesplorato dove molte tribù non hanno abbandonato questa pratica.

Non ricorderemo Angguruk per il suo mercato, ma per il torneo di calcio che movimenta le nostre giornate mentre stiamo tutti con le orecchie tese e gli sguardi al cielo cercando d’ascoltare il rumore di un bimotore o intravedere la sagoma di un Cessna. Cessna che aspettiamo per far ritorno a Wamena ed organizzare il secondo trekking.
Al torneo di calcio partecipano le squadre dei villaggi limitrofi e non. L’incontro più atteso è Angguruk-Wamena. Wamena schiera un giocatore che indossa l’astuccio penico (il rischio di bucare il pallone è veramente alto), il pubblico esulta ad ogni goal, che sia per una o per l’altra squadra, l’arbitro fischia continuamente agitando l’ombrello che tutti i giorni porta rigorosamente in mano. Quando al novantesimo la partita finisce, le due squadre si trovano in parità. L’arbitro sancisce che bisogna tirare i calci di rigore, il pubblico tutto scende in campo, i due pappagalli kakadù del villaggio s’adagiano sulla traversa della porta, il dottore e la dottoressa, medici in …….trasferta, si portano timidamente ai margini del campo, lei con in mano una tazza di caffè pronta a consegnarla a qualcuno dei vincitori, l’insegnante missionario protestante chiama la moglie incinta. E quando anche i calci di rigori finiscono in parità, tutti s’abbracciano, tutti sono contenti, tranne… la dottoressa, rimasta in piedi con in mano una tazza di caffè.
Dopo tre giorni, alle cinque del mattino, è musica per le nostre orecchie, il rumore del Cessna è inconfondibile, e dopo circa un’ora il primo gruppo vola per Wamena, pronti per organizzare il difficile trasferimento a sud nella regione degli Asmat dei Kombai e dei Korowai.
Gli Asmat sono una popolazione di varie migliaia di melanesiani che vivono nella foresta tropicale sudorientale dell’Irian Jaya. Il loro territorio è quasi inaccessibile; vivono in una foresta acquitrinosa segmentata da centinaia di fiumi, corsi d’acqua, rigagnoli, che fanno di questa popolazione una delle più isolate del pianeta. In mezzo alla foresta acquitrinosa non esistono pietre, il metallo è quasi sconosciuto, ed è il legno l’elemento preponderante, addirittura vitale per queste popolazioni. E’ con il legno che costruiscono le case, l’arco e le frecce per la caccia, le canoe e le pagaie per gli spostamenti. E’ con il legno che accendono il fuoco per cucinare, è con il legno che sono diventati abili scultori, ed è dall’albero del sago che ricavano la loro principale fonte d’alimentazione.
Ci rendiamo immediatamente conto che la trasferta nella regione degli Asmat sarà molto problematica, poiché è impossibile giungere ad Agats via aerea.
Decidiamo di puntare su Timika, dove affittiamo una barca e dopo tre ore di fiume e nove ore nel Mare di Arafura giungiamo ad Agats. Il viaggio naturalmente non è dei più tranquilli, anzi; viaggiamo per sette ore, di notte, in una barchetta cui sono agganciati due motori da 40 CV tirati al massimo da un capitano folle che guida a luci spente su un mare nero d’inchiostro, dove l’unica luce che riusciamo a scorgere è il riflesso delle stelle. Heidi è letteralmente terrorizzata, tanto che ad un certo punto gonfia uno dei materassini usati per dormire, occupando un po’ del già esiguo spazio che abbiamo a disposizione; ma nessuno osa fiatare perché la tensione è veramente alta.

L’arrivo ad Agats è indimenticabile! Sembra una scena uscita direttamente da un film di Pasolini. Appena mettiamo piede sul molo, barcollando, ci ritroviamo senza neanche rendercene conto in una stanza fatiscente, dove gli odori più nauseabondi si mescolano, creando un’aria dal sapore marcescente, tutto condito da un pavimento “dondolante”che ci dà la sensazione d’essere ancora fluttuanti in mezzo al mare. Come per incanto, superata la prima degradante stanza, ci ritroviamo in una seconda camera che sembra uscita questa volta da un film di Walt Disney. Divano nuovo di zecca, televisore mega schermo a colori, videoregistratore a quattro testine, stereo con quattro casse ai quattro angoli della stanza. Non è la casa di Mago Merlino. E’ invece la casa del nostro folle capitano.Appena fuori dalla casa ho come la sensazione d’essere allucinato, con la torcia in mano illumino il sentiero costituito da centinaia d’assi di legno, montate su una sorta di palafitte che sormontano il mare sottostante, ed ho una visione sfuocata di una flebile luce violacea che illumina l’insegna dell’unico Hotel esistente ad Agats: l’Asmat Inn.
(continua..)

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