Un primo tentativo può essere stata la colomba volante di Anchita di Taranto.
Fu poi nel rinascimento un autentico fiorire di studi e progetti di meccanica e meccanismi, che il più delle volte si esprimevano poi in invenzioni sceniche per gli spettacoli alle corti reali. Il massimo esponente in questo senso fu sicuramente Leonardo da Vinci, con costruzione come il leone meccanico che incantava le rappresentazioni teatrali alla corte di Francesco I. O anche Cartesio, che si cimentò nella costruizione di un automa di sembianze femminili, dal nome Arcine.
Con il tempo si cercava di rendere questi automi capaci di azioni sempre più complesse, apparentemente impossibili ad una macchina priva di reale cognizione. E’ il caso del suonatore di flauto traverso progettato da Vaucanson nel XVIII secolo.
Ma proprio il XVIII secolo vide il fiorire di una lunghissime serie di automi che apparentemente sembravano in grado di fare qualcosa che andava ben oltre il meccanicistico susseguirsi di movimenti: giocare a scacchi.
Ne furono progettati numerosi, ma tutti seguivano uno schema di base: una scatola che metteva in mostra un meccanismo contenuto all’interno e che sembrava in grado di giocare a scacchi grazie a un braccio meccanico; ma in realtà, naturalmente, tutte queste invenzioni giocavano a scacchi solo grazie all’intervento umano.
Le prime automazioni nascondevano una persona all’interno della scatola, in seguito divennero comandate a distanza, elettricamente.
Capostipite di questa lunga generazione di automi fu il celebre giocatore turco di scacchi progettato nel 1769 dal Barone Wolfgang von Kempelen, un pubblico ufficiale ungherese. Era composto da un manichino di forma umana vestito di abiti turchi, attaccato a un mobile. Kempelen descrisse la sua creazione come un automa in grado di giocare a scacchi, ma in realtà veniva fatto funzionare da molti giocatori; ciononostante, il suo funzionamento divenne argomento di discussione. Suscitò abbastanza interesse da fare in modo che Philidor volesse giocarvi: naturalmente, lo sconfisse con facilità.
Da ricordare anche Ajeeb, realizzata nel 1868 dall’inglese Charles Arthur Hopper, presentata al Royal Polytechnical Institute e in seguito al Crystal Palace. La particolarità di Ajeeb fu quella di avere avversari illustri, come Sarah Bemhardt e O. Henry.
Uno dei giocatori all’interno della scatola negli Stati Uniti fu Harry Pillsbury e, dopo la morte di quest’ultimo, la macchina fu usata solo come scacchiera.
Charles Godfrey Gumpel costruì Mephisto e tenne la prima dimostrazione a Londra nel 1878. Anche Mephisto non era altro che un tramite meccanico per un giocatore umano, ma la particolarità fu che, comandato da Isidor Gunsberg, per la prima volta una macchina vinceva un torneo di scacchi.
Forse proprio questa vittoria, anche se solo simbolica, alimentò nuovamente l’entusiasmo verso una sfida che all’epoca ancora sembrava impossibile. E che invece si rivelò perfettamente attuabile solo pochi decenni più tardi. I computer che oggi giocano a scacchi sono ben lontani dai manichini del 1700, anche se celano comunque un enorme lavoro dell’intelletto umano per progettarli. Ma, a differenza dei loro antenati, per la prima volta si può dire che la macchina è realmente “autonoma” nel prendere le decisioni, il che non è cosa da poco.

Blaise








