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Breve storia dell'ipnosi seconda parte

Da Charcot ai giorni nostri

Il noto neurologo Charcot (1835-1893), docente alla scuola della Salpetriere, è forse l’ultimo prestigioso medico a mantenere alcuni punti di contatto con le tesi del magnetismo. Formulò una teoria sulla genesi dell’ipnosi fondata su una concezione energetica: riteneva che questa forma di influsso si potesse esercitare solo su soggetti affetti da isteria e finiva per considerare l’ipnosi, una sorta di nevrosi sperimentale.
Suddivise inoltre la profondità della trance in tre fasi che denominò:
1) catalettica
2) letargica
3) sonnambulica.
Nella prima fase il soggetto mostra una estrema plasticità muscolare, e può mantenere le posizioni suggerite per lungo tempo, senza apparente sforzo.
Nella seconda sprofonda in uno stato stuporoso con la tendenza a non reagire a forti rumori e nemmeno a sollecitazioni corporee.
Nella terza può muoversi e camminare, reagire alle sollecitazioni del terapeuta e sembrare, ad un occhio sprovveduto, sveglio.
Fu l’abate Faria (1776-1812), proprio mentre il mesmerismo era in auge, a respingere le concezioni legate alla predisposizione, e spostò l’accento sul potere di concentrazione del soggetto. Fu probabilmente questa la prima concezione psicologica dell’ipnosi.
Questo punto di vista venne ripreso e approfondito da J.Braid che attribuiva ad una alterazione prodotta nel sistema nervoso, attraverso la concentrazione dell’attenzione e la fissità dello sguardo, le strane peculiarità dei fenomeni indagati.
La scuola di Nancy, tramite le prestigiose figure di Bernheim (1837-1919) e di Liebault, fece sua la concezione psicologica e non esitò ad entrare in polemica con Charcot, dimostrando l’infondatezza delle sue argomentazioni. Bernheim sostenne, pur senza negare un possibile influsso della predisposizione, che lo stato ipnotico è una situazione di suggestionabilità esaltata.
Bernheim definì l’ipnosi uno stato particolare di coscienza che esalta la suggestionabilità senza tuttavia crearla. La suggestionabilità è essenzialmente la tendenza del soggetto a sviluppare risposte che oggi definiremmo ideodinamiche (ideomotorie, ideosensorie, ideoaffettive, ideocognitive); in altri termini l’attitudine a subire l’effetto di una idea e ad attuarla.
Il suo modo di descrivere questi fenomeni è: “… una cosa è certa, che nei soggetti ipnotizzati che sono suscettibili alla suggestione, esiste una peculiare disposizione a trasformare l’idea ricevuta in una azione. Nelle condizioni normali, qualsivoglia idea formulata, viene messa in discussione dalla mente. Nel soggetto ipnotizzato, invece, la trasformazione del pensiero in azione, sensazione, movimento o visione si compie in modo tanto rapido ed attivo che l’inibizione intellettuale non ha il tempo di agire. Quando la mente si frappone , si trova già di fronte ad un atto compiuto che viene spesso registrato con sorpresa e che viene confermato dal fatto che si dimostra reale, e non può essere impedito da alcun intervento.”
Berneheim capì con chiarezza che l’ipnosi non crea la suggestione; predicatori, oratori, imbonitori, avvocati sono suggestionatori che non necessitano di stati esplicitamente ipnotici per condizionare con il loro eloquio l’uditorio.
Al contrario di Charcot fu esplicitamente avverso a ritenere l’ipnosi connessa a qualsivoglia patologia del sistema nervoso e non fu d’accordo, nemmeno, nella tripartizione da questi suggerita della profondità della trance.
Sbagliando, si oppose ai mesmeriani, e ritenne l’ipnosi non idonea ad alterare la percezione del dolore e ad indurre anestesia.
Altra figura di rilievo nel panorama europeo di fine ottocento, fu indubbiamente quella di Janet (1859-1947) che pose l’accento su come l’ipnosi sia da intendere come la formazione di una coscienza dissociata, che prenderebbe transitoriamente il posto di quella ordinaria. Janet si avvicina alla nozione di inconscio, formulata dalla scuola Ericksoniana, inteso come sede di automatismi motori e cognitivi ma scopre anche, indipendentemente da Breuer e Freud, le potenzialità terapeutiche dell’ipnosi tramite la catarsi di emozioni antiche sepolte in zone non consce della mente.
In certe scuole anglosassoni si è, con qualche ragione, avanzata la tesi che la trance sia una forma di regressione ad un modo arcaico di funzionare del nostro apparato mentale. Si sottolinea come in essa si abbia un assopimento delle funzioni critiche ed un riemergere di modelli atavici quali le difese allucinatorie, il sonno, il sogno, la fuga dalla realtà. La teoria della regressione ha il vantaggio, al contrario della sottolineatura freudiana del ruolo del transfert, di poter spiegare l’ipnosi ottenuta anche contro la volontà del soggetto e anche da parte di una persona sconosciuta o, in taluni casi, odiata. Tale evento sarebbe da intendere come assoggettamento senza reazione causato principalmente dall’inerzia.
Con la teoria dei riflessi condizionati di Pavlov si ha un ulteriore apporto alla comprensione dell’ipnosi. Negli scritti Lezioni sull’attività degli emisferi cerebrali del 1927 e Fisiologia dello stato ipnotico del cane del 1932 fornisce una spiegazione su base fisiologica di questa fenomenologia. Durante la trance si avrebbe una parziale inibizione corticale; le residue zone funzionanti, pur se non integrate con le altre aree encefaliche come nella veglia, permettono di spiegare e di concepire lo svolgimento delle numerose operazioni tipiche di quello stato.
Le inibizioni sarebbero attivate, come normali riflessi condizionati, dall’uso della parola che funge da s.i.c. Lo stato ipnotico sorgerebbe per un fenomeno di diffusione della inibizione interna che parte da una zona del cervello particolarmente suscettibile a questo riflesso condizionato.
Erickson ( 1901-1980) e’ indubbiamente il piu’ importante ipnotista del XX° secolo; a lui si deve la rinascita dell’interesse per questa antica disciplina che, tuttavia, con lui muta profondamente. Questo autore ci insegna che l’osservazione è certamente l’aspetto più importante della prima fase del training ipnoteraputico.
L’arte pratica di questa disciplina, richiede che i terapeuti imparino ad osservare i minimi cenni del corpo e ad adattare ad essi le proprie suggestioni; si può apprendere ad osservare il comportamento ed a commentarlo, e ad aggiungere delle suggestioni che lo anticiperanno e in seguito lo potranno attivare.
Viene dunque accuratamente studiata, agevolata e utilizzata l’individualità di ciascun paziente, valorizzando la sua unicità e le sue concrete esigenze, in continuo divenire.