EMDR 3° parte

3° articolo in collaborazione con il Dr. Silvio Lenzi che ringraziamo per la preziosa collaborazione.

Alcune acquisizioni dei modelli clinici cognitivisti
 

Il trattamento di un’episodio traumatico secondo la procedura dell’EMDR è facilmente conciliabile  con la prospettiva cognitiva, in quanto induce a considerare il problema clinico presentato dal paziente come un processo di non adeguata elaborazione di informazione, che viene “desensibilizzata e riprocessata” grazie all’applicazione della tecnica terapeutica. D’altra parte è anche vero che nella procedura EMDR viene sottolineata l’importanza, se non la predominanza, degli aspetti emotivi o comunque di elementi non legati all’elaborazione cognitiva in senso stretto. E’ a tale livello che sembra esercitarsi maggiormente l’effetto della stimolazione sensoriale bilaterale, ad un livello che viene definito “neurofisiologico” (Shapiro 1995). Effetto sul quale, sebbene studi controllati ne testimonino l’esistenza (Smith e Yule 1996), siamo tuttora lontani dal far luce.

Quello che ci proponiamo di fare qui non è di voler affiliare l’EMDR maggiormente ad una corrente di psicoterapia piuttosto che ad un’altra, quanto di fornire una descrizione e una interpretazione del suo funzionamento alla luce dei modelli di elaborazione delle informazioni propri della psicologia cognitiva e di alcuni modelli clinici di area cognitivista.

Una prima questione da affrontare riguarda il fatto che il modello di elaborazione delle informazioni e i modelli clinici della psicoterapia cognitiva che ad esso si ispirano implicano la sottolineatura della componente individuale e attiva nell’elaborazione dell’input sensoriale proveniente dalla realtà esterna. Già il lavoro dei primi terapeuti cognitivisti, Beck e Ellis per esempio, risulta centrato sullo studio dell’esperienza soggettiva dei pazienti, che appare organizzata secondo regole di elaborazione e strutture di significato stabili e personali, che sottendono i diversi processi di pensiero e l’attività immaginativa (strutture solitamente indicate con il termine di schema cognitivo, vedi Semerari 2000). In seguito l’enfasi sulla componente soggettiva della conoscenza si è ulteriormente estesa fino a considerare tutta la vita mentale -nelle sue diverse manifestazioni, dalla percezione alla volizione- come una attività del soggetto, riferendosi al quadro teorico delle cosiddette “teorie motorie” della mente (Weimer 1977). Senza voler entrare nella selva delle distinzioni tra le diverse articolazioni della prospettiva cognitivo-costruttivista, possiamo comunque considerare l’enfasi sul concetto di mappa del mondo come comune alla maggior parte dei filoni del cognitivismo (Mancini 2000), tanto da poter assimilare ad esso la citazione del filosofo Epitteto “non sono le cose in sé stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse”, ormai classica espressione della visione cognitivista.

Per avviare la nostra interpretazione dell’EMDR secondo la prospettiva del cognitivismo clinico dobbiamo dunque chiarire una difficoltà iniziale, ovvero quella di come si può conciliare il concetto di mappa del mondo con l’idea di esperienza esterna intrinsecamente negativa e quindi traumatica. L’importanza di questa questione preliminare riguarda non tanto il disturbo post traumatico da stress, quanto la possibilità di estendere, sulla base di un fondamento teorico plausibile, l’uso della tecnica EMDR al trattamento di altre patologie, che non consistono in una reazione abnorme ad un trauma e la cui origine ovviamente non può essere ricondotta ad eventi traumatici in senso stretto.

La risposta alla obiezione ci sembra risiedere nel fatto che le rappresentazioni del trauma o di eventi significativi della vita possano essere considerate e trattate non tanto come indicative di un evento esterno oggettivamente accaduto, ma piuttosto come espressione e via di accesso alle modalità tipiche del paziente di organizzare l’esperienza e le proprie attività conoscitive[1]. L’individuazione, il riordinamento e la rielaborazione di episodi tramite le procedure EMDR può essere dunque intesa e utilizzata come mezzo per modificare aspetti specifici della organizzazione conoscitiva personale che sono ritenuti all’origine del disagio presentato dal paziente[2]. Comunque, a ben guardare, sul piano degli atteggiamenti del terapeuta cognitivista, ma anche di altra area (cfr Battacchi 1998, pp 158 e segg) di fronte alla conoscenza del paziente, si potrebbe individuare una complementarietà delle due prospettive, quella oggettivista e quella costruttivista, nel senso che ai fini di esplorare e individuare le modalità tipiche di organizzazione della conoscenza personale del paziente risulta utile considerare in seduta le affermazioni del paziente come referenzialmente valide e ricostruire la sequenza di avvenimenti in questione. Questo offre nelle terapie cognitive, attraverso la ricostruzione sistematica e guidata da precise procedure conversazionali delle modalità conoscitive e esperienziali inerenti a episodi significativi della vita del paziente, la possibilità di intervenire su molteplici livelli e aspetti strutturali della sua organizzazione conoscitiva.

Ed è proprio questo il primo punto che a noi interessa in relazione all’EMDR: la caratteristica dei modelli clinici cognitivisti di affrontare la concettualizzazione e il trattamento delle problematiche psicologiche in termini di modalità conoscitive e di elaborazione di informazioni, tenendo particolarmente conto della molteplicità dei codici di rappresentazione e delle loro differenti configurazioni. Una classificazione sistematica dei diversi codici di rappresentazione e di memoria assai utile dal punto di vista clinico e in particolar modo per l’uso dell’EMDR, in quanto si riferisce alle modalità di elaborare episodi significati della propria vita, è quella realizzata da Patricia Crittenden, rifacendosi al lavoro di Main, solo attualmente in via di pubblicazione. L’autrice descrive le diverse configurazioni dei sistemi di memoria associandole alle modalità di racconto che delle esperienze di attaccamento viene fatto dagli adulti nel corso della somministrazione dell’Adult Attachment Interview (Crittenden 1999). Ad essa ci riferiremo più precisamente per descrivere l’azione delle fasi della procedura EMDR sui sistemi di memoria.

[1] L’incompatibilità tra nozione di evento traumatico e costruzione dell’esperienza (mappa del mondo)  comunque è solo apparente anche nel caso dei disturbi post traumatici, nel senso che sussiste solo qualora si voglia mantenere una concezione semplicistica e oggettivistica dell’esperienza traumatica. La definizione di trauma infantile per esempio non implica necessariamente una situazione oggettiva di violenza o di abuso ma viceversa una reazione psicologica a una circostanza percepita come pericolosa per il sé (Crittenden 1997, Cotugno 1999)

[2] Non a caso la rielaborazione di episodi significativi emotivamente e interpersonalmente è alla base di una delle più recenti metodologie terapeutiche di area cognitivista: la tecnica della moviola elaborata da Vittorio Guidano (Guidano  1992).

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