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Acrobazie del nano

L'ipnosi è suggestione ma anche la poesia lo è....


“E le parole escono in un canto che non credevi di portare dentro”(15). Questo verso, efficace e rivelatore, ci permette di fare alcune riflessioni sulla natura profonda della poesia e sulle sue fonti. La poesia è una radiografia dell’anima, una immagine che, seppur soggettiva, riesce a parlare alle diverse intimità con cui entra in contatto, risvegliando e talvolta rivelando ciò che di sopito o persino di nascosto si cela dentro, negli anfratti del nostro inconscio.
Forse può sembrare pleonastico ricordare che la poesia quasi mai attinge, nel suo sgorgare dirompente e talvolta irrefrenabile, dalle categorie del pensiero logico, ma trova la sua linfa più inesauribile e autentica nella nostra dimensione affettiva e sentimentale, spesso nelle dimensioni conflittuali che così profondamente attraversano il nostro psichismo.
Mentre la logica, da Aristotele in poi, pone tra i suoi cardini il principio di non contraddizione, l’affettività, così come è andata chiarendo sin dai primi anni del XX secolo la psicoanalisi, è, per sua natura, nel profondo, ambivalente, e non di rado scopriamo nei percorsi associativi degli analizzandi, quanto profonda e radicata sia questa doppiezza di desideri, di speranze e talvolta di affetti.
Io ho trovato nel lavoro di Fabio alcune doppiezze che, lungi dal sembrarmi motivo di critica o di perplessità mi sono apparse come la cifra della sua autenticità e la garanzia che il suo bisogno di fuoriuscire da sé, poetando, è guidato da una autentica esigenza del suo spirito e non da una razionalistica e poco autentica vocazione.
Dice Fabio:“Sono l’arrotino dei miei pensieri,… sono il funambolo delle mie contraddizioni”(25), dunque sono e intendo restare tenacemente, testardamente il protagonista della mia vita, fino all’ultima goccia del mio tempo.
E’ un libro che vuole, almeno nelle dichiarazioni più esplicite, testimoniare la fede nella vita, la gratitudine verso di essa, verso i suoi gusti, i suoi attraversamenti, le sue conquiste più intime ma che, al contempo, non sa, non può e forse non vuole celare le sue malinconie segrete:”Vago alla ricerca della mia gioventù,… vago come un “boxer de rue” che chiede l’elemosina al suo passato”(36).
Sono davvero le “acrobazie del nano”(7) quelle che Fabio ci prospetta come destino dell’uomo, questo essere piccolo e tutto sommato indifeso che tenta la traversata dichiarandosi felice, che traghetta il proprio essere nel “Grande Canyon”(9), pieno di aspettative, “la rugiada del mattino è più bella e con essa la speranza”(19) ma in realtà, Fabio ci appare sempre più percorso da una malinconia profonda, da un bisogno di protezione che cresce con l’avanzare dell’età, mentre “voli di neri avvoltoi”(9) perturbano l’anima con il pensiero della fine .
La mia attenzione è stata catturata poi dall’ultimo aforisma del libro, dove Fabio, ispirandosi alla concezione meccanicistica di Democrito, con una sensibilità assolutamente moderna, sembra proporre la visione di un uomo macchina, ridotto ad una sommatoria di atomi, privo di ogni speranza di trascendenza, di ogni ulteriorità, che ha come ultima meta l’oblio da cui nemmeno la parola, nemmeno la poesia riesce a salvarlo: “..e le parole,… volano anch’esse come stelle cadenti, nei campi silenti dell’oblio”(69).
Tutto ciò poteva sembrare sorprendente in un libro che vuole essere un inno alla vita vissuta, alla speranza e alla fede laica, alla possibilità di assaporare ogni attimo di tempo che ci viene concesso ma che, in realtà, rivela un’anima ad un tempo sofferente e fiera, traversata da una nostalgia indicibile e segreta, più forte di quanto l’autore stesso non creda. Comunque la sua lotta prosegue alla ricerca di un farmaco che lo guarisca dalla malattia di vivere: “La solitudine è il tarlo della nostra anima…. Se hai la poesia nel cuore, essa fugge via”(12).
Proseguendo nella lettura delle poesie di Fabio si prova quella sensazione di essere spinto su e giù da quelle stesse onde che, più volte, egli stesso evoca. E così, improvvisa, appare una speranza di ulteriorità, di riscatto dal pessimismo proprio nel momento in cui più cupo sembra l’orizzonte. “Morirò e sarò uno zingaro del cielo”(48) sembra riunire in un anelito di trascendenza, il fremito e l’ebbrezza di infinito, cui il nostro spirito ineluttabilmente tende, ed una inesauribile sete di libertà, una libertà che non accetta e non si contenta di trascendenze rivelate, di mete e destinazioni condivise. Il grido dirompente dell’essere che non può e non vuole nemmeno concepire di poter fluire nel non essere e si manifesta dando voce, al contempo, ad un incontenibile anelito anarcoide di fondo che regala al lettore un brivido, un ebbrezza straordinaria, qualcosa che si avvicina al concetto di sublime.
Ma forse è “L’ulivo”(16) la poesia che più mi ha toccato, direi commosso, nel senso etimologico di “muovere assieme” il mio animo con quello dell’autore.
Straordinaria l’analogia, per contrasto, tra le “foglie d’argento” che segnano il tempo che avanza ed i “pensieri di bimbo”, di quel fanciullo che ancora si cela dentro di lui ma certamente, più o meno nascosto, anche dentro tutti noi, quel bimbo che proprio con la sua inesauribile curiosità carica di stupore, proprio con i suoi occhi sognanti spalancati sul mondo, proprio con queste, “foglie,… aspetterà le stelle”.