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Le religioni dimenticate dell'Iran

Il sovrapporsi, in questi giorni, di festività religiose di ebrei, cristiani, e musulmani, rappresenta uno spunto per ricordare la grande ricchezza e varietà che ha da sempre caratterizzato l’Iran da un punto di vista religioso. L’autore dell’articolo ci ricorda come questa molteplicità di minoranze e questa ricchezza storica dell’Iran siano oggi in parte minacciate. Di David Shariatmadari

Gli ultimi giorni di questa settimana hanno un significato speciale per milioni di persone in tutto il mondo. I cristiani occidentali si apprestano a commemorare la crocifissione e la resurrezione di Gesù. Alcuni musulmani celebrano la nascita del profeta Muhammad, e quest’anno la festa ebraica di Purim cade anch’essa in questi giorni.

In Iran, ieri era Noruz, il giorno dell’equinozio di primavera, e l’inizio del nuovo anno nel calendario solare iraniano. Per i musulmani iraniani è una festa che non ha alcuna connotazione religiosa, sebbene sia un giorno sacro per gli zoroastriani. Esso fa anche parte del calendario religioso dei Baha’i.

E’ una vertiginosa serie di feste, riti e commemorazioni. Ma è la coincidenza di Purim, Noruz, e della Pasqua nella stessa settimana che mi ha indotto a pensare alla diversità religiosa all’interno dell’Iran – un argomento di cui non si sente parlare molto. Spesso si pensa all’Iran come ad un paese in cui vivono solo musulmani – ufficialmente è la “Repubblica Islamica”. Per molti, il simbolo del paese dai tempi della Rivoluzione del 1979 è la faccia dell’Ayatollah Khomeini, il religioso sciita che giunse dopo la caduta dello scià, e cominciò a stabilire una forma di teocrazia.

Ma l’Iran islamico è solo una parte della storia. La comunità ebraica in Iran è una delle più antiche della diaspora. I suoi attuali rappresentanti rivendicano un legame diretto con gli ebrei liberati dalla loro cattività babilonese ad opera di Kurosh – il re achemenide Ciro – nel 539 a.C.. La stessa festa di Purim commemora gli eventi descritti nel libro di Ester, la storia della regina persiana – essa stessa ebrea – che convinse il marito a non portare a termine il piano del suo ministro di uccidere la popolazione ebraica dell’impero.

Si tratta di una storia molto antica, certamente, ma gli ebrei hanno fatto la loro parte nella società iraniana per molti secoli, e in una certa misura è ancora così. Al di fuori del paese, soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, gli ebrei iraniani rappresentano un gruppo a sé stante che ha una propria voce. E, forse, c’è qualcosa che non tutti sanno: il presidente di Israele fra il 2000 e il 2007 era nato in Iran (Moshe Katsav nacque in Iran nel 1945 e giunse in Israele con i suoi genitori nel 1951 (N.d.T.) ).

La cristianità ha una storia più breve ma ugualmente affascinante in Iran, dove è strettamente associata alla minoranza etnica armena. Nel XVII secolo, scacciati dalle guerre fra l’Iran e gli Ottomani, migliaia di armeni si stabilirono a Isfahan, dove i loro discendenti vivono tuttora. La magnifica cattedrale di Vank, che ha una cupola simile a quella di una moschea, decorata con dipinti di cherubini ed angeli, è un impressionante ed inatteso testamento della loro fede. Isfahan fu anche un centro per la piccola comunità anglicana dell’Iran per gran parte del XX secolo, guidata, dal 1961 circa, dal vescovo iraniano Hassan Dehqani-Tafti. Vista come una stretta alleata degli interessi britannici e americani, essa non sopravvisse alla Rivoluzione. Il vescovo, che venne ferito ed il cui figlio fu ucciso, lasciò il paese poco dopo, e trascorse il resto della sua vita in Inghilterra.

L’unica fede originaria dell’Iran è lo zoroastrismo, una religione monoteistica il cui profeta fondatore probabilmente visse nel X secolo a.C.. I dominatori dell’Iran appartennero tutti alla fede zoroastriana, fino a quando la conquista araba del VII secolo non convertì l’Iran alla fede musulmana. Per i non zoroastriani, le tradizioni che vengono maggiormente identificate con questo gruppo sono il culto del fuoco e l’uso delle “torri del silenzio” per sistemare i morti. Invece di seppellire o cremare i loro morti, gli zoroastriani li ponevano in strutture all’aperto lontane dalle città, esposti al sole ed agli uccelli rapaci – sebbene questo sia un rito non più praticato.

Vi sono circa 50.000 zoroastriani in Iran, e la città di Yazd, circondata dal deserto, è il loro centro. E’ per queste persone che il Noruz ha un significato veramente sacro, sebbene il rituale zoroastriano – nella forma dello Haft Sin (lo Haft Sin, letteralmente “sette ‘S’”, è una tradizione del Noruz, la celebrazione iraniana del nuovo anno; un tavolo viene imbandito con sette cibi o pietanze che cominciano con la lettera ‘S’ (sin) nella lingua persiana; ciascuno di questi cibi ha un significato simbolico (N.d.T.) ) – sia incorporato nella celebrazione che ogni famiglia fa di questo evento.

Dunque l’Iran è eterogeneo dal punto di vista religioso, e la “settimana santa” che stiamo attraversando ce lo ricorda in modo particolare. Ma sarebbe sbagliato dipingere uno scenario troppo roseo. L’Iran contemporaneo è tollerante rispetto ad alcune minoranze religiose sulla carta, ma in realtà molte di esse – come gli ebrei, il cui numero si è ridotto dalle circa 100.000 persone nel 1948 a 25.000 persone nel 2004 – preferiscono vivere altrove. I commenti di Ahmadinejad sull’Olocausto e la linea ufficiale fortemente ostile rispetto a Israele non facilitano le cose.

Gli anni successivi alla Rivoluzione hanno anche visto l’emigrazione di cristiani e zoroastriani, i quali, sebbene non attivamente perseguitati, si sono sentiti esclusi dal tenore prepotentemente islamico dello stato. Rispetto ad altre minoranze, la Repubblica Islamica è barbaramente intollerante: il baha’ismo, una religione fondata nel XIX secolo dal mistico iraniano Baha’u’llah, è ufficialmente considerata come un’eresia, ed i suoi seguaci come apostati musulmani. Essi sono stati duramente perseguitati a partire dal 1979, e sono vittime di arresti arbitrari ed anche di esecuzioni.

L’Iran deve diventare un paese in cui la libertà religiosa sia praticata senza limitazioni. La strada verso questo stato di cose sarà lunga e graduale, ma questo cammino è possibile per il semplice fatto che la maggioranza degli iraniani ritiene che la religione sia un fatto privato.

Ma fino ad allora, con la partenza volontaria o forzata di ciò che rimane delle minoranze religiose, l’Iran rischia di diventare un paese caratterizzato da un’unica religione per la prima volta nella sua lunga storia.

David Shariatmadari è un giornalista freelance che dirige un sito web sulla politica e i diritti umani in Asia Centrale (centralasianow.org); ha scritto anche sull’Independent, Art Review, e openDemocracy.net

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