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Calcio e Letteratura

Preparazione ai mondiali: la sveglia puntata e un buon libro sul comodino. Nick Hornby, ormai un "maestro" nel descrivere le situazioni del vivere quotidiano, parla della propria passione per il calcio...


Nel maggio del ‘68 (una data significativa, naturalmente, ma è tuttora più probabile che io pensi a Jeff Astle piuttosto che a Parigi), poco prima del mio undicesimo compleanno, mio padre mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare con lui alla finale di Coppa fra West Brom e Everton; un collega gli aveva offerto un paio di biglietti. Gli dissi che il calcio non mi interessava, neppure la finale di Coppa - il che era vero, per quanto ne ero consapevole - ma rimasi comunque incollato alla televisione per l’intera partita. Alcune settimane più tardi guardai, incantato, l’incontro Manchester United - Benfica, con mia mamma, e alla fine di agosto mi alzai presto per sentire come era andato lo United nella finale della Coppa Intercontinentale.
Amavo Bobby Charlton e George Best (non sapevo niente di Denis Law, il terzo della Santissima Trinità, che aveva saltato l’incontro con il Benfica a causa di un infortunio) con un ardore che mi aveva preso completamente di sorpresa; durò tre settimane, finché mio padre non mi portò a Highbury per la prima volta.

La squadra del cuore di Nick Hornby non è, per la precisione, il pluridecorato Manchester United né il magnifico Liverpool, bensì il “noioso” Arsenal.

“Tutti quegli orribili pareggi 0-0 contro il Newcastle” si sarebbe lamentato negli anni successivi mio padre. “Tutti quei sabati pomeriggio gelidi e noiosi”. In realtà furono soltanto due gli orribili pareggi per 0-0 contro il Newcastle, ma entrambi durante le mie prime due stagioni a Highbury; quindi sapevo cosa intendeva, e mi sentivo personalmente responsabile.

Ma, naturalmente, la squadra non è importante; Hornby descrive la propria passione calcistica come una debolezza, una sorta di nevrosi in cui rifugiarsi e da cui fuggire allo stesso tempo. Ogni tifoso sa bene che per la squadra si gioisce, si soffre, ci si comporta in modo così… weird (come rende bene questo vocabolo inglese…)

Successe che Chris Roberts comperò un topo di zucchero da Jack Reynolds (”Il Re dei Leccalecca”), gli morse via la testa, il topo gli cadde in Newmarket Road prima che riuscisse ad assaggiarne il corpo e una macchina ci passò sopra. Quel pomeriggio il Cambridge United (la “seconda squadra” di N.H., che milita in divisioni assolutamente non in competizione con l’Arsenal), che fino a quel momento aveva avuto vita dura in seconda divisione (due vittorie in tutta la stagione, una in casa e una fuori), sconfisse l’Orient per 3-1, e così nacque un rito. Prima di ogni partita ci radunavamo tutti nel negozio di dolci, mangiavamo via la testa come se stessimo togliendo la linguetta di una granata e gettavamo i corpi sotto le ruote delle macchine che passavano; Jack Reynolds stava a guardarci sulla porta, scuotendo la testa desolato. Lo United, così protetto, rimase imbattuto all’Abbey per mesi.

So di essere particolarmente stupido in quanto a riti, e di esserlo sempre stato da quando cominciai ad andare alle partite, e so anche di non essere l’unico. Ricordo che da ragazzino, a Highbury, dovevo portare con me un pezzo di stucco, o di pongo, o qualche altra stupidata da manipolare nervosamente tutto il pomeriggio (ero un fumatore ancora prima di averne l’età); ricordo anche che dovevo comperare il programma dallo stesso rivenditore, e che dovevo entrare allo stadio dallo stesso cancelletto girevole.

Ho fatto centinaia di sciocchezze di questo genere, tutte destinate a garantire vittorie a una o all’altra delle mie due squadre.

Niente (tranne i topi di zucchero) ha mai funzionato.

Il mondo calcistico privato di Nick Hornby ruota intorno a quello britannico, in senso collettivo.

Le vittorie, le sconfitte, i noiosissimi e gelidi 0-0 sono un ritmo leggero, una presenza costante, capace di influenzare l’umore di una domenica, di far declinare inviti a causa di un’imperdibile partita ad Highbury ma comunque in secondo piano rispetto alle “cose importanti” della vita.
E mentre Hornby, sempre fedele allo stile brillante che lo contraddistingue, rimanda le proprie riflessioni sui sentimenti (o sulla musica, o su entrambi) a romanzi come Alta Fedeltà, Un Ragazzo (di cui presto vedremo il film, con Hugh Grant!) o Come Diventare Buoni, in Febbre a 90′ ci sono i sogni di un bambino, il distacco di un adolescente e il ritorno di un adulto nei confronti dello sport più amato d’Europa.

C’è poi l’amara riflessione sul disastro di Heysel o sulla sicurezza degli stadi britannici.

E ci sono tanti nomi… qualcuno rimane particolarmente impresso, altri si perdono tra le pagine.

Consigliato a: chi ama il calcio, chi ama Nick Hornby, chi avrebbe una gran voglia di annichilirsi davanti alla TV per tutta la durata dei mondiali ma pensa che il calcio sia una passione di poco conto, snobbata dagli scrittori…

(Anche da Febbre a 90° è stato tratto un film)

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