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IRONIA E UMORISMO

Molti autori e scrittori interpretano l'ironia come una delle innumerevoli sottocategorie dell'umorismo. In sostanza vi sarebbe un "mondo", quello dell'umorismo, all'interno del quale prenderebbero forma tutti i fenomeni cosiddetti umoristici, quali l'ironia, la satira, la barzelletta, la parodia, il sarcasmo, ecc.

Come scrive anche Guglielmo Gulotta, con il termine umorismo si usa generalmente intendere l’insieme di tutti quei fenomeni e comportamenti che noi definiamo solitamente come scherzosi o spiritosi; quei fenomeni, insomma, che sono in grado di suscitare sorpresa, ilarità, simpatia, divertimento, stupore e curiosità.
Noi, invece, come già si è visto nell’articolo precedente (Ironia e Sarcasmo), abbiamo preferito adottare la distinzione di Stefano Floris, [L’Ironia, ovvero la filosofia del buonnumore] ,il quale non accetta, invece la categoria dell’umorismo come categoria madre, bensì descrive il sarcasmo e l’umorismo, entrambe come delle forme storpiate di ironia. Abbiamo già parlato del sarcasmo, parliamo ora dell’umorismo:

L’umorismo è descritto come un’ironia che fa sorridere per la sua arguzia in un primo momento, ma poi invoglia ad una amara meditazione sulle debolezze e sui vizi degli uomini.

Il più grande esempio di umorismo lo si trova, per consenso della storia, nel famosissimo personaggio letterario Don Chisciotte: della goffaggine e dell’ingenuità folle di questi, infatti, non è possibile non ridere:

Occorre dunque sapere che nei momenti d’ozio (che costituivano la maggior parte dell’anno) si dedicava alla lettura dei libri di cavalleria […]. A tal punto si sprofondò in quella lettura, da consumarci notti e giorni interi, cosicché sia per il non dormire, sia per il troppo leggere, gli si seccò il cervello e finì col perdere la ragione. […] E a tal punto si convinse della veridicità di quelle fantasticherie, che pensava non potesse esserci nessuna storia al mondo più reale e più vera. […] In realtà, perso ormai completamente il senno, gli balenò la più strana idea che potesse venire ad un pazzo: gli parve, cioè, opportuno e necessario, sia per esaltare il proprio onore sia per il bene della patria, farsi cavaliere errante.

Questa è l’iniziale descrizione con cui il Cervantes comincia a raccontarci con divertimento leggero le inopinate intenzioni di Don Chisciotte; ma è con il passaggio dalle fantasie al loro concretizzarsi, che il personaggio si rende sempre più ridicolo:

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Per prima cosa ripulì alcune armi, già appartenute ai suoi antenati, che erano ormai coperte di ruggine e di muffa, e da molti secoli giacevano abbandonate in un angolo. Le lucidò e le rimise in efficienza come meglio poté; ma si accorse che presentavano una grave lacuna: non c’era una celata con visiera, ma solo un semplice morione. A tale deficienza supplì il suo ingegno, poiché con dei cartoni costruì una mezza celata che, incastrata con il morione, aveva l’apparenza di una celata intera. Per provarne però la solidità e la resistenza ad un eventuale colpo di lancia, sfoderò la spada e le assestò due fendenti col primo dei quali, in un attimo, distrusse il suo lavoro di una settimana. Gli spiacque la facilità con cui l’aveva fatta a pezzi, e, per proteggersi da questo pericolo, la rifece da capo, mettendo nell’interno dei sostegni di ferro. In tal modo rimase soddisfatto della sua solidità e, senza voler ripetere la prova, la giudicò e considerò una finissima celata ad incastro.

Spassosissimo e indimenticato è poi il breve episodio dell’attacco ai mulini a vento, ma le disastrose avventure di Don Chisciotte sono innumerevoli. Come suggerisce, però, anche l’analisi pirandelliana di questo romanzo, noi, di fronte a tali comiche vicende, a tutta prima siamo portati al riso, poiché di fatto questo povero hidalgo è quantomeno buffo, tuttavia, in un secondo momento, tra i lazzi si fa sempre più largo un senso di commiserazione che appesantisce e frena il nostro gaudio. Se infatti ci domandiamo perché ridiamo di Don Chisciotte, siamo costretti a rilevare che, in fondo egli non è che un “mite, di squisiti sentimenti, prodigo e non curante di sè, tutto per gli altri”. Egli è franco e generoso e tutti i suoi atti, almeno nelle intenzioni, sono meritevoli di esser elogiati.

Ci accorgiamo insomma che non possiamo ridere del “cavaliere dalla triste figura”, poiché egli, pur nella sua follia, è un uomo forse anche più generoso e coraggioso di ogni altro mortale; ciò di cui ridiamo, in realtà, è l’incapacità mostrata da Don Chisciotte di raggiungere e realizzare quella idealità cavalleresca, tanto encomiabile e nobile. Ecco che con tale riflessione l’umorismo svela la sua indole tragica e pessimistica, la quale consiste nella comprensione del fatto che, per l’umanità tutta, è impossibile raggiungere ed incarnare qualsivoglia ideale.

Stefano Floris, L’ironia, ovvero la filosofia del buonumore, Marco Valerio, Torino 2003, pp. 116-118.