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Neologismi e dintorni

Come nascono i neologismi? Quale influenza hanno storia e vita quotidiana sul nostro modo di parlare? Lettera sul troppismo, malattia(?) dei nostri giorni.

Come nascono i neologismi? E’ senz’altro una delle novità più interessanti nell’evoluzione della lingua. Ogni fase storica ne regala qualcuno e oggi la lingua italiana, dalla struttura abbastanza complessa, è molto più flessibile. Accoglie con disinvoltura parole che sono il segno dei tempi, le mastica, le digerisce o le sputa dopo un po’, ingloba parole straniere. E’ morto di recente il giornalista e scrittore Sergio Saviane, che ha “inventato” la parola mezzobusto per definire i quelli del TG, un innesto recente per una parola familiare, così usata da sembrare senza tempo. Quante parole che troviamo normalmente nel vocabolario hanno suscitato a suo tempo scalpori e mugugni?

E quante parole subiscono trasformazioni durante il loro uso? Vengono ripescate, come la par condicio latina o l’inciucio dialettale. E i venti di guerra, come dieci anni fa nel Golfo, modificano le espressioni da usare per gli inviti a pranzo (”la madre di tutte le pastasciutte”) e sui campi di calcio (bombe missili eccetera).

A proposito di neologismi, ho ricevuto una divertente letterina da una mia amica, che si diletta di letteratura e dintorni, su una parola relativamente nuova e adatta ai nostri tempi di corsa, il troppismo. Cara Elisabetta, stavo cercando di fare un po’ d’ordine in libreria e mi sono imbattuta in un vecchio libro. Cavoli, lo avevo appena comprato, e riletto, senza accorgermi di averlo già fatto qualche anno fa. Mi sono messa a ridere e mi sono consolata pensando che lo riciclerò per qualche regalo di Natale. Però…ho capito di essere malata. Di troppismo. Troppe cose da fare, da pensare, da rincorrere e nemmeno mi ricordo poi di quello che faccio. E’ una vita di sovrapposizioni, con la paura non di cominciare a correre e non fermarsi più ma di fermarsi, di annoiarsi un po’ e scoprire che può essere persino piacevole. Se mi guardo in giro vedo solo una serie di accumuli: dai miei lavori all’uncinetto mai finiti ai giornali che non riesco a leggere. Kundera ha fatto l’elogio della lentezza, ma sa di elaborazione tarda, di rimpianto. Mi sono trovata a parlare durante una conferenza, balbettando un po’. Una collega mi ha detto: “Ti manca una scaletta ordinata”. Io le ho fatto vedere che di scalette ne avevo perlomeno tre. Niente da fare. Il troppo mi sfugge di mano, non lo controllo, deborda dagli scaffali, mi insegue sul computer, fa strani effetti sul tachimetro. E ormai riconosco lo sguardo febbrile dei troppisti, che camminano pensando al prossimo appuntamento e impugnano l’agenda come una colt. Ma nulla ci fermerà, sprecheremo il tempo libero a lamentarci (troppo lavoro, troppi fidanzati?) e inzupperemo il cellulare nel cappuccino. Non mi stupirei di sentire tra la folla qualche bip dal profondo dello stomaco. Ventriloquo? No, troppista.

Be’, la lascio alle vostre riflessioni. Scrivetemi sul forum Storia delle parole.

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