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Le parole dell'Islam

Le vicende attuali portano alla ribalta realtà non sempre conosciute: quali sono le parole dell'Islam che ascoltiamo quotidianamente e che andranno ad arricchire i nostri vocabolari e la nostra voglia di conoscere.

Le parole dell’Islam, che in questi giorni riempiono le cronache e che
ormai stanno diventando familiari, arricchiscono con il loro contributo la
nostra lingua e, seppur in tragiche circostanze, ci fanno scoprire un mondo che
pure scorre vicino ogni giorno. Ad esempio taliban o talebano è
già diventato un nuovo tipo di insulto, eppure significa semplicemente
studente…
Ma veniamo a un miniglossario: sicuramente ritroveremo
alcune di queste parole nei prossimi dizionari!

Cominciamo con
Islam, che significa “sottomissione”. Musulmano proviene dalla
stessa radice, per cui si ha “colui che è sottomesso a Dio” (il credente).La
Sharia invece è la Legge islamica, fondata su due corpi: il
Corano, cioè il testo sacro dell’Islam mandato agli uomini da Dio sin
dall’inizio dei tempi, e i hadith, tradizioni storico-giuridiche raccolti
in sunna, “consuetudine” (infatti la maggioranza dei musulmani viene
detta sunnita).

Il jihad, che è una parola maschile, è uno dei
pilastri del fondamentalismo ma il significato di guerra santa viene in
realtà travisato. Non esiste guerra santa come concetto nell’Islam, ma solo
guerra canonica. Infatti jihad vuol dire “impegno”, ed è di tue tipi: il
jihad maggiore, l’impegno a migliorare se stessi, obbligatorio per tutti,
e il jihad minore, che riguarda la guerra ed è obbligatorio solo in caso
di aggressione del territorio islamico.

Altre parole diventate familiari
sonomullah o ulema, non sacerdoti ma semplicemente dotti
dell’Islam
, coloro che interpretano le scritture. Il rapporto tra fedeli e
Dio non è infatti mediato dal clero come nella religione cattolica. I dotti però
possono emettere delle fatwa, cioè un responso giuridico su un tema
preciso e per questo viene emanata da un muftì, cioè la massima
autorità giuridica
in un paese musulmano. Un’esempio di fatwa è
quella che ha colpito Salman Rushdie dopo il suo libro Versetti
Satanici.
La fatwa in questione venne pronunciata in Iran, patria dei
musulmani sciiti.

E’ tra gli sciiti che esiste la figura
dell’ayatollah, parola diventata familiare ai tempi di Khomeini La
scissione tra sciiti e sunniti è avvenuta sulla base delle discussioni riguardo
alla successione di Maometto, l’ultimo profeta, il definitivo. La
comunità sciita viene ora guidata da un Imam, discendente dal califfo
Alì, mentre l’imam dei sunniti è solo il fedele che guida la preghiera nella
moschea.

E accanto a moschea (chi non conosce l’inconfondibile richiamo
del muezzin?) ora abbiamo appreso il termine madrassa, cioè la
scuola di insegnamento coranico. In quelle del Pakistan si sono formati i
talebani. E con i talebani è entrata nella lingua italiana la parola
burqa, che va ad indicare quell’abbigliamento femminile tradizionale
afghano
di copertura totale. Anche se non c’è nel Corano uno specifico
obbligo relativo all’uso del velo, nei paesi islamici le donne lo portano come
regola: è il chador in Persia o lo hijab arabo e
nelle versioni più integrali, il rusari nero dell’Iran o il niqab sempre nero
dei paesi sunniti.

Le parole non sono tutte di origine araba, perchè gli arabi sono solo una
minoranza tra il miliardo e passa di musulmani. Molti sono di origine
indoeuropea, come gli afghani o i persiani.

E infine Maometto, Muhammad in arabo, pseudonimo di Abul Kasin ibn Abdallah. E’
l’ultimo profeta, quello che ha codificato e restitituito agli uomini la purezza
del Corano (ma anche Abramo, Mosè e Gesù sono considerati profeti dai
musulmani). Lo pseudonimo con cui è conosciuto significa il Glorificato, o il
Lodevole. Nel Medioevo per dispregio Muhammad diventò malcommetto, da cui
Maometto, versione italiana del Profeta.

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