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XX secolo: il secolo delle migrazioni

Rielaboro un articolo interessante di Dino Barra Il ‘900 è il secolo che ha fatto registrare i maggiori flussi migratori: si calcola attorno ai cento milioni il numero dei migranti, escludendo le vittime di migrazioni coatte, deportazioni, esodi eccetera.

Le conseguenze di tale fenomeno sono state enormi: dal punto di vista della redistribuzione della ricchezza internazionale, e della composizione demografica e culturale.
La grande vicenda delle migrazioni del ‘900 ha moventi di tipo economico o politico con caratteri di volontarietà più o meno effettiva, da non confondere con altri tipi di movimenti di popolazione come invasioni, conquiste, colonizzazioni…

Le migrazioni di tipo economico sono quelle più consistenti e consentono di elaborare un discorso sulle cause delle migrazioni e sulle loro conseguenze (soprattutto creazione di società multi e interculturali). E’ inevitabile partire dalle grandi migrazioni transoceaniche di fine/inizio secolo. Tra il 1890 e il 1914 si assiste ad un massiccio flusso migratorio che coinvolge i Paesi dell’Europa mediterranea ed orientale. Questa ondata migratoria deve essere compresa dentro il processo più ampio della rivoluzione industriale e della sua diffusione. La crisi agraria europea che ebbe inizio negli anni ’70 svolge un ruolo scatenante, mentre la riduzione delle barriere legali, e la riduzione dei costi di trasporto facilitano la realizzazione del progetto di emigrare. Gli USA (e in genere il continente americano) costituiscono il grande fattore d’attrazione per gli immigrati europei, date le enormi estensioni di terra disponibili, le leggi agrarie assai liberali, un’industria in rapida crescita e possibilità di impiego in continua espansione.

Per completezza va detto che il fenomeno dell’emigrazione europea verso le Americhe non fu l’unico: dopo il 1870, 20 milioni di lavoratori cinesi ed indiani si trasferirono nei Paesi tropicali: Birmania, Ceylon, Africa orientale e meridionale, Asia meridionale; un milione di giapponesi si trasferì in Brasile; quasi otto milioni di russi si insediarono nella Russia asiatica, mentre vi fu un’altra direttrice dell’emigrazione europea verso l’Africa settentrionale e l’Oceania.
L’Italia ha offerto alle migrazioni di inizio secolo il flusso più consistente: tra il 1871 e il 1915 oltre 13,5 milioni di individui, prima dal Nord e poi soprattutto dal Sud, emigrarono nel resto d’Europa e oltremare. Questa massiccia migrazione rimanda a fattori comuni ad altre situazioni come la stagnazione economica, o la crescente pressione demografica, ma anche ad una specificità tutta italiana come il forte dualismo territoriale tra città e campagna e soprattutto tra Nord e Sud.

Un flusso migratorio importante fu quello che riguardò gli ebrei dell’Europa orientale. Ne emigrarono un milione e mezzo tra il 1880 e il 1914 verso gli USA, mentre mezzo milione raggiunse Sudamerica, Canada, Europa, Palestina. Alle cause economiche già note si aggiunse in questo caso l’atteggiamento persecutorio dello Stato russo verso questa comunità e i numerosi pogrom che la colpirono. La vicenda migratoria degli ebrei russi e dell’Europa orientale permette di osservare in modo forse più netto che per altre comunità quell’aspetto chiave delle migrazioni che è la dinamica tra conservazione dell’identità e integrazione/assimilazione nei nuovi contesti di vita.
Gli effetti della migrazione di inizio secolo sono stati importantissimi: essa ha favorito la crescita economica nelle zone di partenza (si pensi all’importanza, tra l’altro, delle rimesse degli emigranti nell’Italia giolittiana) allentando la pressione demografica e, nel contempo, anche quella sociale e politica (emigrazione di tanti anarchici e socialisti) e ha contribuito allo sviluppo e alla mescolanza etnico-culturale nei paesi d’arrivo.

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