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Migrazioni: seconda parte

Le migrazioni attuali: quali sono le prospettive di un mondo sempre più globalizzato.

Tralasciando gli eventi drammatici e gli spostamenti avvenuti a causa delle guerre mondiali, troviamo in Italia importanti migrazioni interne nel periodo che va dal 1951 al 1971. Si tratta di un fenomeno che ha coinvolto quasi dieci milioni di persone, provocando un rimescolamento senza precedenti della popolazione italiana: un indubbio elemento di discontinuità, poichè induce processi di radicale cambiamento delle mentalità collettive dove la televisione costituirà il più potente fattore di unificazione culturale. Ma anche elementi di continuità della nostra storia nazionale: gli squilibri economico-territoriali tra città e campagna, tra Nord e Sud.

Le migrazioni interne del secondo dopoguerra sono forse le ultime migrazioni per attrazione, causate da carenza di manodopera nelle aree dello sviluppo industriale; in questo sono simili alla contestuale migrazione intereuropea che in quegi stessi anni spostò centinaia di lavoratori da paesi dell’Europa mediterranea, Jugoslavia, Turchia e anche Maghreb verso gli Stati industrializzati del Nord Europa. La fabbrica, e più in generale la società industriale, improntano l’esperienza di vita dei migranti di questi anni: le difficoltà affrontate nel passaggio dai contesti rurali a quelli urbani, l’inserimento nelle fasce basse del mercato del lavoro e la precarizzazione della condizione lavorativa, i bassi salari e gli orari lunghi, il problema dell’alloggio, le relazioni con gli autoctoni e i problemi di integrazione culturale, a partire dalla comprensione linguistica legata all’uso dei dialetti.

Dopo il 1973, l’anno della crisi petrolifera, si registra un’inversione di marcia del movimento migratorio: l’Europa occidentale, compresa quella mediterranea, si trasforma da luogo di partenza a luogo di arrivo per centinaia di migliaia di migranti nord e centroafricani, sudamericani, asiatici e, dalla caduta dei regimi socialisti, anche dell’Europa orientale (un milione di europei però negli ultimi anni vent’anni si sono recati a lavorare negli USA. Si tratta sopratutto di manodopera altamente qualificata).
I flussi di questo scorcio finale del secolo investono ovviamente altre aree: gli Usa e il Canada, ma anche i paesi mediorientali produttori di petrolio e le aree più industrializzate e urbanizzate degli stessi Paesi del Sud del mondo. Il dato comune è l’attrazione esercitata dalle aree economicamente più avanzate su quelle più povere. In altre parole, i processi migratori sono attivati dall’esistenza di forti squilibri economico-territoriali e seguono la direzione che procede dalle periferie verso i centri dello sviluppo economico.

Nelle attuali migrazioni, i fattori espulsivi sembrano essere prevalenti: si svolgono, per i paesi sviluppati, in un periodo di crescita senza sviluppo e in presenza di una disoccupazione cronica; sono quindi il frutto di dinamiche interne ai paesi economicamente periferici. Queste dinamiche riguardano l’enorme aumento della pressione demografica e il concomitante aggravarsi delle condizioni di vita delle popolazioni di questi paesi, causato da una serie di fattori interni (crisi politiche,m regimi dittatoriali, politiche economiche sbagliate) ed internazionali. Ai fattori di ordine demografico ed economico si affiancano quelli di natura culturale: si tratta della rivoluzione delle aspettative crescenti.

Quali sono le conseguenze delle migrazioni nei paesi di partenza? Esse allentano la forte pressione demografica dei paesi in via di sviluppo e garantiscono a questi, attraverso le rimesse, risorse preziose per i consumi e per gli investimenti; parimenti, privano i paesi più poveri di energie umane preziose, spesso le più giovani, colte, intraprendenti. Sta cambiando, invece, il profilo demografico e culturale dei paesi di accoglienza. La Francia, la Gran Bretagna, la Germania, il Belgio, l’Olanda, in una certa misura anche l’Italia. Nonostante i fenomeni di rifiuto verso gli immigrati o un’accettazione della loro presenza in chiave di inclusione subordinata, dove l’immigrato è visto solo come lavoratore e non come cittadino, tuttavia si osservano in queste società segnali inequivocabili di integrazione più o meno spontanea: la diffusione dei matrimoni misti e l’accesso dei bambini stranieri ai servizi scolastici, l’arrivo alla maturità dei figli degli immigrati portatori di una cultura più meticcia, la penetrazione presso gli autoctoni di abitudini alimnetari, mode e gusti estetici, musica provenienti dai paesi di origine degli immigrati.

In questo quadro la situazione italiana assume alcuni elementi di specificità: tra i paesi europei, l’Italia è quello che forse più repentinamente ha compiuto il passaggio a paese di accoglienza dimostrandosi politicamente e cuilturalmente impreparato. I ripetuti allarmi su una presunta invasione di immigati si rivelano inconsistenti, rappresentando il fenomeno meno del 2% della popolazione, contro quasi il 5% della media UE.
L’immigrazione in Italia è poco omogenea e molto differenziata. Non c’è una comunità maggioritaria o settori privilegiati di reclutamento. Anche territorialmente la presenza degli immigrati è relativamente diffusa, pur con una tendenza a concentrarsi nelle grandi città. Si tratta in buona parte di una immigrazione di primo ciclo, a prevalenza di immigrati maschi, giovani, soli (e, nel caso di alcune comunità, a prevalenza femminile) che da qualche anno vede la presenza di nuclei familiari che sviluppano richieste verso i servizi.
L‘analisi storica dei fluissi migratori, tuttavia, nel momento in cui mette a fuoco la loro strutturalità, ne comunica anche l’inevitabilità e sollecita ad elaborare strategie di convivenza con questo fenomeno epocale.

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