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Le parole del Giorno della Memoria: per non dimenticare

Olocausto o Shoah? Non é una domanda retorica in nome del politically correct ma una scelta che é frutto di un percorso storico fatto di dolore, memoria e speranza.

Il Giorno della Memoria é anche un giorno fatto di parole. Le parole pesano come macigni, e il loro significato urla forte in un momento di silenzio e raccoglimento.

Il 27 gennaio 1945 Auschwitz veniva liberata dai russi e quell’angolo di Polonia diventava il simbolo dell’orrore. Oggi questa data indica la speranza e la volontà di non dimenticare. Auschwitz é diventato sinonimo di sofferenza (ricordate la canzone di Guccini?), da allora forni e camini non sono solo semplici immagini che evocano tepori casalinghi. Migliaia di persone, sopravvissuti e non, hanno raccontato lo sterminio dei campi. Un’innocua parola tedesca, lager, che diventa sinonimo di morte. Ecco perché le parole sono importanti.

La Memoria, che ha un rilievo particolare nella religione ebraica e diventa fondamentale nella Storia. Lo sterminio, che in ebraico si dice Shoah (distruzione, annientamento) e oggi si preferisce alla parola più tradizionale, l’Olocausto, il sacrificio delle vittime nell’ottica di uno dei sopravvissuti, Elie Wiesel, futuro premio Nobel.

Allora partiamo da queste parole e dal loro significato e dalla pregnanza storica. Andiamo a leggere un saggio che dall’etimologia arriva fino al dolore e all’impegno per la speranza.

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