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Le parole del calcio.

La contaminazione del lessico investe con particolare frequenza i settori che più da vicino investono le nostre emozioni, ed il calcio fa parte della vita quotidiana della stragrande maggioranza degli italiani.

Archiviato lo scudetto con grande sofferenza (ebbene si, noi interisti siamo nati per soffrire), e i campionati mondiali (altrav sofferenza!) già entriamo in fibrillazione per coppe e campionato. L’estate non da’ requie agli eroi pallonari. Il calcio é ormai un fenomeno di costume e un grande business. Incidentalmente, uno sport. Ed é per questo che anche il lessico calcistico entra a pieno titolo nelle nostre discussioni, dilata i suoi significati, si appropria di parole che appartengono ad altri campi (a cominciare proprio dalla fibrillazione, non solo il dottor Ross ma anche i cuori dei tifosi). Il calcio con i suoi campioni appartiene ormai all’immaginario collettivo di tutti. E se Rita Pavone cantava perché perché la domenica mi lasci sempre sola oggi sugli spalti si vedono molte donne. Attirate dai belloni in campo ma anche appassionate di tecnica, pressing, dribbling. Un gioco da signorine, quindi, per rovesciare l’antico detto?

Dal calcio-artigianato, calcio-passione al calcio-spettacolo. C’é chi dice calcio-champagne, associando effervescenza e brio con un gioco sempre più veloce e frenetico.

Ma quali sono le parole che dagli stadi sono passate al gergo comune?

Lo sport ha prestato tante metafore alla vita quotidiana: passare la palla, stoppare una situazione, fare melina, fare pressing, salvarsi in calcio d’angolo, partire in contropiede (o ripartenza, come ribattezzato da Sacchi), stare/andare in panchina, la mitica zona Cesarini e l’altrettanto, ahimé, doppiamente mitica Corea…Chi di noi non ha mai usato un’espressione simile?
Inoltre le gesta dei ventidue protagonisti (ventitre con l’arbitro) hanno scatenato la fantasia dei tifosi (gli ultimi poeti) giornalisti, commentatori. I calciatori sono i personaggi più famosi del momento, per loro sono stati scomodati pittori che altrimenti avrebbero goduto di una fama relativa (Pinturicchio) e soprannomi che ci hanno fatto riscoprire tutta la ricchezza della lingua italiana.

La forza mediatica del calcio ha addirittura ispirato un partito politico, forte di slogan e simbologie (gli azzurri come l’azzurro della casacca nazionale, un colore che arriva da Casa Savoia); attraverso il football (soccer in americano) abbiamo sperimentato da lungo tempo quell’invasione dell’inglese che oggi stabilmente si verifica nel linguaggio commerciale, pubblicitario, economico e via dicendo: corner, offside, cross, tackle, penalty.
In certi casi si riscopre un italiano antico: entrare da tergo é comprensibile solo nel sacro rettangolo dei novanta metri. Le disfide pallonare si permeano di metafore da campo di battaglia: bombe, cannonate, i dimenticati (per fortuna) scud e patriot ai tempi della guerra del Golfo.

Insomma, la vita come un campo da calcio o viceversa?
Dopo Rita Pavone sono arrivati tra gli altri De Gregori (un calciatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia) e Ligabue.
Una vita da mediano, per chi sgomita e lotta con fatica nella vita di tutti i giorni, e casomai vince i mondiali.

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