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Globalizzazione all'italiana

C'e' una relazione tra gli articoli apparsi recentemente su Repubblica e Corriere della Sera sulle fortune dell'italiano all'estero? Dario Fertilio sul Corriere riporta i risultati di un'inchiesta condotta da un gruppo di ricercatori dell'Universita' La Sapienza di Roma sullo studio dell'italiano all'estero, Andrea Tarquini su Repubblica riprende un articolo apparso in Germania sulla qualita' di vita italiana. A parer mio, in entrambi i casi si sottolinea una nuova forma di globalizzazione, quella italiana. Nonostante nuovi dati e nuove inchieste condannino proprio la qualita' di vita delle metropoli Roma e Milano... Ma andiamo a vedere i dettagli...

La lingua di Dante e’ fra le cinque più studiate al mondo. Alle spalle dell’inarrivabile inglese, e ancora considerevolmente lontana dal francese. Quasi alla pari, invece, con tedesco e spagnolo.
I ricercatori della Sapienza, guidati da Tullio De Mauro, hann condotto un’inchiesta negli 88 istituti di cultura italiana all’estero, documentando l’esistenza di circa 50 mila studenti iscritti ai corsi. Ripartiti in modo ineguale nei vari continenti, ma complessivamente in forte avanzata. Tutto questo trascurando colpevolmente, secondo me, gli studenti iscritti a molte altre scuole, prime fra tutte quelle della Societa’ Dante Alighieri.

La notizia viene diffusa durante la settimana ufficiale in cui si celebra la lingua italiana nel mondo, con videoconferenze e dibattiti in molte capitali, spettacoli teatrali e proiezioni, cerimonie e testimonianze, oltre a varie mostre.
La domanda sorge spontanea (scusate la citazione) perche’ l’italiano ha tanto successo se perfino in Italia
si canta in inglese, se i titoli dei film americani non si traducono e una banca italianissima pretende di far pronunciare le sue iniziali all’anglosassone? Come se, nota Fertilio un intero paese abitato in gran parte da esterofili sostanzialmente ignoranti di lingue straniere, si sentisse continuamente in colpa?

Naturalmente essere una delle lingue più studiate (in cinque anni le iscrizioni ai corsi su scala mondiale sono aumentate quasi del 40 per cento) non significa più parlate. E’ ovvio infatti che, in termini assoluti, lingue come il russo, l’arabo o il cinese superano l’italiano. Ma quel che conta davvero è l’attrazione esercitata da una lingua al di fuori dei suoi confini: è qui, anche grazie alla preparazioni degli insegnanti e al buon rapporto con gli allievi, che l’italiano fa passi da gigante.

Che cosa spinge una casalinga giapponese o uno studente australiano a imparare la lingua di Dante? Un tempo, solo il fascino culturale, musicale e artistico della nostra antica civiltà. Oggi, rilevano i ricercatori della Sapienza, contano la spendibilità sociale e la possibilità di lavorare con ditte italiane. Ma non è tutto. Sarà meglio rivedere certi giudizi sulla globalizzazione, dal momento che l’inglese sta provocando un “effetto traino” positivo su altri idiomi, il nostro in prima fila. Come già aveva avvertito Tullio De Mauro, il dominio anglo-americano insomma sta relegando in posizione subalterna tutti gli altri, consentendo all’italiano di guadagnare posizioni e prestigio rispetto a francese, tedesco, spagnolo. Si sta consolidando all’estero il mito della bella Italianonostante la politica italiana non se ne sia accorta sinora…

L’idea che, soprattutto dal Rinascimento in poi, mette in relazione l’Italia e l’italiano al bello ha trovato in questi ultimi decenni un riscontro concreto ed economicamente molto significativo nel grande successo all’estero dei prodotti italiani, specialmente nei settori dell’abbigliamento, dell’arredamento e più in generale dei beni di lusso, contribuendo a diffondere un’immagine ricca di prestigio dell’Italia e della sua lingua. Le principali strade delle grandi capitali, da Berlino a New York, a Tokyo, a Sydney, sono gremite di insegne con nomi italiani; la moda e gli stilisti italiani fanno da tempo concorrenza a quelli francesi; il design italiano è il più apprezzato e ammirato.
Così se da un lato possiamo incontrare persino in Finlandia negozi come Monte Napoleone (moda maschile), La Felicità (parrucchiere) o Zanzara (moda femminile), più di una casa automobilistica giapponese ha dato nomi italiani alle proprie autovetture: Carina, Corolla, Concerto.
È ancor più notevole l’utilizzo di termini o frasi in italiano nella comunicazione pubblicitaria vera e propria, perché mostra come la lingua italiana possa veicolare valori positivi e quindi promuovere un prodotto: un esempio è lo slogan in neerlandese adottato qualche anno fa da una nota marca di automobili, nel quale era stata inserita la parola italiana amore (Amore, op het eerste zicht = Amore a prima vista) o il gioco di parole su Solo/sole con riferimento alla notissima canzone italiana O sole mio proposto per una margarina.

E una clamorosa conferma viene dall’articolo di Repubblica, che riferisce la situazione tedesca citando direttamente il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeinecontinua

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