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La metonimia della velina

Com'è cambiato il significato della parola "velina" nel linguaggio comune.

Le prime veline da Striscia la notizia
All’inizio c’era le vélin, il vitello. Da questo animale nel Quattrocento si producevano i fogli bianchi che erano usati per la scrittura e per la stampa.

Il termine “velino” è presente infatti nella Lingua Italiana sia come aggettivo, col significato di “simile a velo; di carta finissima, senza colla (carta velina)”, ma anche come sostantivo (derivante appunto dal francese vélin e latino vitulinus) per indicare un “tipo di carta bianchissima, resistente, compatta, per stampa e libri di lusso”.

L’aggettivo “velino” è usato già nell’Ottocento per indicare un “foglio” o un “libro” e lo si trova già in “carta velina” come traduzione del francese papier-vélin. Col tempo il sintagma “carta velina” e poi la parola “velina” assunse il significato che ancora oggi è attestato nei principali dizionari della Lingua Italiana.

Velina è infatti un sostantivo femminile che già all’inizio del secolo scorso indicava un “foglio sottile adatto per la scrittura a macchina” e in seguito entrò a far parte del gergo specilistico dei tipografi perché indicava “foglio di carta speciale per la stampa”.

Ma fu nell’accezione di “copia di un dattiloscritto” che il termine specialistico “velina” si diffuse, specialmente durante il periodo fascista col significato di “comunicazione inviata dalle autorità fasciste a un giornale, allo scopo di condizionarne l’attività”.

Secondo l’Accademia della Crusca già nel 1932 “l’Ufficio stampa di Mussolini cominciò a interferire nella preparazione dei giornali sia di partito sia indipendenti, comunicando alle redazioni di tutt’Italia con regolarità quotidiana una o più direttive, che erano trasmesse durante il giorno per telefono e subito trascritte in forma di brevi testi (ufficialmente detti, con terminologia burocratica, note di servizio).

Allo scopo di agevolare la corretta diffusione di quei messaggi tanto gli uffici governativi (e in particolare, dal 1937 in poi, il Ministero della Cultura Popolare), quanto le singole redazioni provvedevano a dattiloscriverli in più copie, usando la carta velina, e a distribuirli, appunto su velina, come pro memoria per i loro redattori”.

Ma la storia di questa parola non si concluse con la cultura fascista delle “note di servizio”. Oggi il termine “velina” indica non solo le vallette della trasmissione Striscia la notizia ideata da Antonio Ricci , ma una condizione d’essere diffusa in tutto il nostro paese.

Che legame c’è dunque tra la “velina” intesa come “direttiva” e la “velina” che balla e canta in televisione?

In realtà nelle prime puntate del “telegiornale satirico” in onda sui canali della Fininvest, poi Mediaset, e condotto da Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo, le “veline” entravano in studio attraverso la “posta pneumatica”: le vallette, vestite di bianco e abbigliate in stile Drive In e Odiens, uscivano da uno scivolo e portavano ai conduttori dei fogli, le “veline” appunto.

E’ il 1988 e le quattro vallette Cristina Prevosti, Micaela Verdiani, Stefania Dall’Olio e Eliette Mariangelo sono vestite da “veline”, cioè da fogli bianchi che portano notizie. Le vallette quindi si chiamano “veline” perché hanno il ruolo di portare i comunicati.

Ma quando in seguito questo ruolo di “messaggere” verrà meno, rimarrà il termine “veline” che indicherà le vallette che fanno gli stacchetti, cioè ballano, cantano e fanno la pubblicità all’interno della trasmissione.

Negli ultimi anni la parola “velina” è uscita dallo studi televisivi per indicare non solo le vallette ma tutte le ragazze particolarmente avvenenti che lavorano in televisione e diventando in questo modo un vero e proprio “fenomeno sociale e di costume” al pari delle letterine, delle schedine, delle letteronze, etc…

Ma a fare scalpore furono i risultati di alcune indagini sociologiche sui futuri mestieri dei giovani italiani. Infatti tantissime ragazze affermarono che la loro massima aspirazione era quella di diventare “velina”.

Da allora questa figura televisiva è diventato un mito per tante giovani donne italiane, come tra l’altro è dimostrato dal successo delle manifestazioni e dai progammi televisivi dedicati alle “aspiranti veline”.

Secondo l’Accademia della Crusca “ad alimentarne la popolarità ha contribuito l’erroneo collegamento etimologico con l’abbigliamento (vel-) e con la giovane età (-ina) delle interpreti”.

Nell’ultimo periodo si è discusso ( e si continua a discutere) in modo serio sul fenomeno del “velinismo” e della mercificazione del corpo femminile in televisione e nella società italiana.

Dal documentario Il corpo delle donne sulla “cancellazione dell’identità delle donne che sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime” a Videocracy - Basta apparire, che mette in evidenza il potere della televisione all’interno della società italiana, sono arrivate dure critiche a un sistema televisivo che mostra la “velina” come unico modello femminile possibile.

“Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi, le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse” ha scritto di recente la Professoressa Sofia Ventura a proposito del “velinismo politico”.

Per saperne di più:
Origine e significato di velina
Velina - televisione - Wikipedia
Le veline - Striscia la notizia
Donne in politica: il “velinismo” non serve di Sofia Ventura
“Velinismo” politico e mignottocrazia
Cara Costanza Caracciolo e cara Federica Nargi
Il corpo delle donne

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