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"L’Italiano fu imposto: la storia è per i dialetti"

Un articolo di Gilberto Oneto sul quotidiano "Il Giornale" racconta del presunto conflitto tra italiano e dialetti.

il giornale In un articolo di qualche giorno fa apparso su Il Giornale intitolato L’Italiano fu imposto: la storia è per i dialetti, Gilberto Oneto parla del difficile rapporto tra lingua e dialetto, entrando nel merito della situazione italiana contemporanea.

Egli afferma infatti che “una lingua è una convenzione, è uno strumento di comunicazione che funziona finché serve come tale”. Tale processo è avvenuto diverse volte nel corso della storia e continua ad accadere.

Ciò accade anche con la lingua italiana, o meglio, con il toscano illustre che fu scelto “come elemento di comunanza fra i popoli della penisola per dare una giustificazione alla creazione di uno Stato unitario” e che è “stata imposta all’uso comune solo grazie alla presenza dello Stato”.

Tuttavia, sebbene l’articolo possa sembrare un attacco alla Lingua Italiana, credo che invece si tratti di una presa di coscienza di una realtà storica più ampia, attenta alle esigenze contemporanee.

Infatti, difendere l’italiano odierno, ovvero quello “televisivo”, significa fare un torto alla Lingua comune italiana.

E proporre una serie di politiche linguistiche a favore delle lingue minoritarie e regionali non vuol dire essere contro l’italiano, il “buon” italiano.

Io credo che tale ragionamento sia grossomodo contro il “monismo” ovvero contro quello che possiamo chiamare “l’uomo a una dimensione linguistica“.

Oggi in molti non parlano più il dialetto o la lingua regionale. Tale competenza linguistica tuttavia non è stata sostituita dall’acquisizione di altre competenze linguistiche, perché, secondo alcune ricerche sull’istruzione degli italiani, quasi la metà non sa parlare né scrivere in un italiano corretto. Senza considerare lo scarso numero di persone che sanno parlare altre lingue straniere.

Per combattere il “minestrone linguistico” che quotidianamente viene vomitato dentro le nostre case dalla televisione, bisognerebbe, come sostiene nell’intervento Gilberto Oneto “poter disporre di tre livelli di comunicazione, di tre lingue convenzionali: il dialetto, l’italiano e l’inglese (o il francese, il cinese o quel che serve)”.

Così come sostenuto da linguisti, antropologi, psicologi e persone dotate di “buon senso”, oggi giorno solo lo studio delle tre dimensioni linguistiche permetterebbe alle persone di potersi esprimere in contesti differenti in modo appropriato, variando in questo modo l’alimentazione comunicativa e rinunciando così al solito minestrone riscaldato dal forno televisivo.

Per saperne di più:
L’Italiano fu imposto: la storia è per i dialetti.

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