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Spot Rai sui dialetti, la polemica viaggia dalla Rete ai media tradizionali

Il Corriere della sera e l'emittente radiofonia RTL 102.5 parlano della protesta nata in Rete.

dialetti
Non so se qualcuno di voi abbia avuto l’opportunità di ascoltare la radio ieri sera ed in particolare di sintonizzarsi sulle frequenze di RTL 102.5. Ebbene, durante la trasmissione Password, magazine di attualità e costume con Nicoletta Deponti e Angelo Baiguini, che va in onda dalle ore 17.00 ale 19.00, si parlava di dialetti.

Un ragazzo calabrese chiama e racconta la sua esperienza coi dialetti. Parla dei nonni galiziani e di come in Galizia a scuola insegnassero il Castigliano e il Gliziano. Racconta dell’importanza diparlare in galiziano coi nonni e di come lui e sua moglie pugliese stiano insegnando al figlio anche i rispettivi dialetti…

Avevo da fare e non ho scoltato tutta la trsmissione e non so come si sia sviluppato il discorso, ma la cosa fa riflettere: l’onda lunga della Rete ha lasciato il segno, trasferendo così il dibattito nei media tradizionali. Già, perché anche il Corriere della Sera si è occupato della vicenda degli spot Rai che demonizzano i dialetti.

In Quell’idea della subcultura il professor Franco Brevini, docente di Letteratura italiana all’Università di Bergamo ed esperto di poesia dialettale, commenta quell’immagine di un’Italia simile a un Paese babelico dove non c’è verso di capirsi che emerge dagli spot Rai in questione ed afferma tra l’altro che tali spot insinuano “nella gente l’idea che il dialetto e tutto ciò che vi è connesso fossero subcultura, sottostoria. E che occorresse sbarazzarsene prontamente per entrare nella storia“.

Si tratta di un articolo molto interessante, chiaro e sintetico. Inoltre vale la pena di leggere l’articolo Gli spot dei dialetti incomprensibili. Il caso Rai sull’Unità d’Italia di Lorenzo Salvia che racconta in sintesi la genesi della protesta, dipinge il corpus degli spot e raccoglie l’opinione del regista degli annunci pubblicitari Alessandro D’Alatri.

A mio modesto parere posso solo notare una certa superficialità del giornalista quando , raccontando la genesi e la cronaca della protesta, scrive: “fino all’immancabile gruppo su Facebook «Vergogna, sono lingue vive!»“: per me utilizza un tono un po’ approssimativo, forse perché egli non ha capito o meglio ha sottovalutato l’importanza che la Rete ha avuto in questa dibattito.

E’ stato infatti il tam tam dei blog, dei siti web e di facebook a creare l’onda lunga che adesso si infrange anche sui media tradizionali: La RAI e le lingue regionali; Spot Rai, discriminata la Lingua Sarda; Spot Rai sui dialetti, la protesta viaggia su Facebook.

Comunque, ritornando all’articolo, sicuramente da leggere è la chiusura del pezzo con il regista della campagna pubblicitaria che afferma “Qui c’è solo qualcuno che cerca di farsi pubblicità a carico di una pubblicità”. Bisogna sottolineare che egli ha evidentemente ragione: fare pubblicità significa in primis rendere pubblica una opinione e una visione della vita, e non ha per forza un’accezione negativa.

Molte delle persone che hanno protestato su Facebook e in Rete sono uomini e donne impegnati, magari anche in modo differente, nella valorizzazione delle lingue regionali e minoritarie. Persone che si sono sentite offese nel vedere anni del proprio lavoro e della propria passione cancellati da una campagna pubblicitaria che sarebbe potuta essere anche simpatica e divertente nell’uso dei dialetti ma non nella “chiosa finale”.

L’uso delle lingue regionali per la comunicazione pubblicitaria avrebbe potuto sorprendere per la sua modernità se utilizzata per valorizzarle e trasmettere il valore della ricchezza linguistica e culturale di uno Stato ancora giovane.

Come hanno fatto recentemente, per citare gli esempi più noti, la Regione Piemonte e la Volkswagen.

Invece si è scelta la strada della demonizzazione. Ed è per questo che, come ho già detto prima, in molti hanno polemizzato e hanno protestato. Anzi, hanno reso pubblica una loro idea, una loro passione, una loro emozione.

Per quanto ci riguarda, le nostre sono i dialetti e le lingue regionali, la Lingua Sarda e le altre lingue minoritarie: ci scusi dunque se ci siamo fatti pubblicità sulla sua pubblicità!

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