Il grande Guido Gozzano

La prima spiccata personalità poetica del Novecento è Guido Gozzano.

Generalmente Gozzano viene considerato come il maggiore dei crepuscolari, ma la sua poesia solo parzialmente può essere inquadrata entro gli schemi tematici ed espressivi del crepuscolarismo.
Essa è più ricca e complessa, anche più lucidamente consapevole delle sue ragioni e della sua natura.
La poesia di Gozzano sorge dalla stanchezza e dall’ironica corrosione del dannunzianesimo, nei suoi aspetti estetizzanti e super umani.
Il poeta svuota i miti dannunziani della vita eccezionale e della sensualità trionfante e si rappresenta arido e disincantato, sazio di falsi splendori e di esaltazioni fittizie.
Da questa sazietà nasce la nostalgia di una felicità semplice e sana, ingenua e prosaica.
Una nostalgia che si proietta in due direzioni: verso un passato fatto di buone cose di pessimo gusto e di perbenismo ipocrita, ma anche di sogni e slanci romantici.
Non soltanto la giovinezza e le sue dorate illusioni egli rimpiange, come il Leopardi, ma gli oggetti vecchi e polverosi, dimenticati negli angoli bui dei solai.
La nostalgia è sempre accompagnata in Gozzano dalla coscienza dell’impossibilità di raggiungere la felicità sognata, per incapacità a evadere totalmente da un mondo complicato e artificioso, a vincere l’aridità del cuore nell’abbandono alla pienezza del sentimento.
Gozzano non ama le sospirosità soffocate e le tinte evanescenti di altri poeti crepuscolari , ma piuttosto una sonorità aperta e colori fermi e netti come di smalto.
Nel suo impasto verbale si fondono originalmente numerosi echi letterari, non soltanto dannunziani e pascoli ani o di poeti stranieri moderni, ma della più illustre tradizione.

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