In questo campo un’anticipazione potrebbe venir considerata per certi aspetti la bella commedia in piemontese Le miserie di monsù Travet di Vittorio Bersezio, rappresentata per la prima volta nel 1863.
Il protagonista, il cui nome è diventato proverbiale, incarna il tipo dell’impiegato ligio al dovere, sottomesso ai superiori, oppresso dalle miserie della vita quotidiana, ma retto, e capace, all’occasione, quando venga offeso nell’onere, di un atto di fierezza e di ribellione.
Nei drammi, come nei numerosi racconti, quasi tutti d’ambiente napoletano, il Di Giacomo ama rappresentare vicende patetiche e dolorose, scene di miseria, di malattia, di sangue, personaggi appassionati e disgraziati, che egli contempla con profonda pietà.
Motivi analoghi ricorrono nelle sue poesia, dove la sua arte raggiunse i risultati più alti.
Infatti il Di Giacomo aveva temperamento essenzialmente di lirico più che di drammaturgo o di narratore e anche le sue prose assumono spesso colorito e modulazione poetici.
Nei versi egli muove in genere da un’impressione diretta e minuta di paesaggio, di figura, d’ambiente e la trasforma in uno spettacolo di colore e musica, infuso di sentimentalità nostalgica e sognante.
Se il Di Giacomo conferisce al dialetto intonazione lirica e fantastica, il romanzo Cesare Pascarella nella raccolta di sonetti Villa Glori, che fu molto ammirata dal Carducci, ambisce sollevarla all’altezze del tema epico, raccontando in vari quadri l’eroico e sfortunato tentativo dei fratelli Cairoli.
Capolavoro del Pascarella è La scoperta dell’America che in quaranta sonetti narra il viaggio di Colombo con atteggiamento misto di ammirazione d’ironia.
L’impressa è vista attraverso lo spirito del popolano alla straordinarietà degli avvenimenti e alla novità sbalorditiva delle cose trovate dagli scopritori, animato da ingenuo fervore nazionalistico, ma insieme scanzonato e scettico , convinto che gli uomini non cambiano mai e la gloria la danno solo ai morti.
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La letteratura dialettale
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