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La poetica del Pascoli

Il Pascoli possedette una sua concezione chiara e organica della poesia.

Essa è esposta ampiamente nella celebre prosa Il fanciullino, la quale va integrata con affermazioni di altri scritti, soprattutto de Il sabato.
E’ una concezione, come abbiamo già detto, antiumanistica, intimamente affiatata, anche se in maniera inconsapevole, con le poetiche decadenti.
La poesia non è per il Pascoli prodotto di abilità letteraria, ma piuttosto di una specie di rivelazione magica,.
Essa è contenuta nelle cose, come un effluvio, un certo etere, che il poeta capta e rivela agli altri uomini.
Alcune cose sono poetiche, altre no: il poeta sa cogliere quel particolare inavvertito dentro e fuori di noi, nel quale è l’effluvio poetico delle cose.
E questo può fare, perché, diversamente dagli altrui uomini, distratti dagli interessi e dalle passioni, sa ascoltare la voce di quel fanciullino che è dentro ciascuno di noi e che vede il mondo con sguardo limpido e meravigliato, scoprendone l’essenza viva al di là degli aspetti fissi e convenzionali.
Inserendosi in una linea di pensiero che dal romanticismo va al decadentismo, il Pascoli vede nella fanciullezza, dell’individuo e del mondo, l’età del contatto genuino dell’anima con le cose e affida alla poesia il compito di riportarci a quella condizione primitiva.
La descrizione che egli fa dei comportamenti del fanciullino illumina il carattere di questo processo, che non è un ritorno a una sfera contemplativa su di un piano ideale, ma un vero e proprio regresso psicologico.
Il fanciullino ama dire tutti i particolari senza lasciarne nessuno, ricordare un fatto piccolo per farne intendere uno grande e viceversa, ha paura del buio, alla luce sogna o sembra sognare, parla alle cose e agli animali, è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente.
La poesia ridotta sul piano di una visione ingenuamente fanciullesca della realtà ha per se stessa, secondo il Pascoli, una suprema utilità morale e sociale, perché solo per quel tanto che ognuno ha in sé di poetico gli uomini possono intendersi fra di loro.
La poesia costretta a essere sociale, civile, patriottica, ammala di retorica e muore: è pseudo poesia.
Scaturendo da quel fondo primitivo e ingenuo che è nell’anima di tutti gli uomini, la poesia, inoltre è eterna, universale, sempre uguale a se stessa, fuori di ogni scuola e di ogni particolare tradizione e struttura letteraria.
Frequente è la poesia applicata dei grandi poemi dei grandi drammi, dei grandi romanzi, nei quali i momenti di poesia pura sono come le perle nel gran mare.
Il Pascoli applica la sua concezione estetica alla letteratura italiana, ricavandone un giudizio di quasi generale condanna.
Gli sembra addirittura che per la poesia vera e propria agli italiani manchi la lingua.
La poetica del Pascoli si definisce così in dichiarata opposizione alla linea principale della nostra tradizione culturale e letteraria.
E’ ovvio che essa, pur avendo un notevole significato storico e contenendo elementi validi anche per una concezione generale dell’arte è soprattutto la proiezione su un piano riflesso della sua personale natura di poeta e quindi una chiave per la comprensione degli aspetti caratteristici della sua poesia.
In relazione al tema della morte il Pascoli finisce per attribuire alla poesia una specifica funzione etica: essa deve far si che gli uomini acquistino piena coscienza di ciò che la scienza ha scoperto: cioè del loro destino mortale.

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