La critica di Francesco De Sanctis

Leopardi e De Sanctis

Allo studio del Leopardi il De Sanctis si applicò per molti anni, da quando ne trattò nel corso di lezioni della sua cosiddetta prima scuola napoletana alla grande monografia che la morte gli impedì di condurre a termine.
Tra questi due scritti, che possiamo considerare come il punto di partenza e il punto di arrivo degli studi desanctisiani dedicati al poeta nell’arco di un quarantennio, si collocano numerosi gli interventi critici, dal saggio sull’epistolario a quello su Schopenhauer e Leopardi, a quelli sulle canzoni, alla pagina nella Storia della Letteratura italiana ecc. nei quali il giudizio critico si approfondisce e si affina in stretta relazione con l’approfondirsi e l’affinarsi del pensiero estetico e della metodologia del grande studioso irpino.
Egli riesce a rendere poetico questo stato di riflessione e questa distruzione del sentimento, che sono cose sommamente prosaiche.
Vi riesce, perché dura in lui il contrasto tra il cuore e l’intelletto; e anche quando l’intelletto, dissipatore delle illusioni, vince l’altro, egli prova sì forte angoscia, che produce ancora poesia è in germe il nucleo centrale dell’interpretazione desanctisiana del Leopardi nelle pagine del celebre saggio incompiuto.
E’ questo una solida ricostruzione storica della personalità e della poesia del Leopardi che il critico studia dagli anni della prima formazione intellettuale fino al Canto notturno.
La tesi fondamentale del De Sanctis è, come abbiamo detto, quella, di derivazione globertiana, di un contrasto nel Recanatese tra intelletto e cuore, tra la filosofia che, dimostra al poeta la nullità delle cose umane, dovrebbe condurlo di necessità al suicidio e il sentimento da cui nascono le illusioni, cioè gli ideali di virtù, di eroismo, di patria, di dignità umana, di bellezza, ecc. che il poeta sente con ansia religiosa.
Da questo contrasto di genera l’autentica poesia del Leopardi che il critico, ridimensionando il valore poetico delle canzoni patriottiche, indica soprattutto negli idilli; il resto della produzione leopardiana, dove questo contrasto non da luogo, è dominio assoluto dell’intelletto e quindi non è arte.

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