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Le capitali del Giappone attraverso i secoli.

Una breve parentesi storiografica c'introdurrà nella nascita e stabilizzazione di quella che fu la grande capitale dell'antico Giappone.

A causa della credenza shintoista secondo cui il luogo nel quale avveniva una morte andava abbandonato, fino a tutto il VII secolo, il Giappone non ebbe una vera e propria capitale stabile.

Tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo d.C. la situazione (sotto l’influenza della cinesizzazione) divenne insostenibile, così intorno al 710 fu progettata la prima vera città del Giappone: Nara.

Nara ebbe un’importanza fondamentale nel buddismo tanto che Shomu il nipote della fondatrice della città (l’imperatrice Genmei), una volta salito al trono, a causa della scomparsa del figlioletto, si scoprì essere un fervente buddista e ricoprì di ricchezze i monasteri.

Non solo, fece costruire molti templi e la colossale statua di Budda famosa in tutto il mondo.

Purtroppo tutto questo non fece che aumentare la bramosia di potere dei monaci al punto tale che cominciarono ad immischiarsi degli affari di stato.

Nel 784 salì al trono Kwanmu e, forte degli eventi precedenti, spostò la capitale da prima a Nagaoka e poi a Heian, l’odierna Kyoto. Tale città rimase la capitale del Giappone fino al 1868.

Anche questa città, come le precedenti, ricalcava il modello cinese. Questa volta, però, la città era collegata, per mezzo di un fiume, con il mare e forse anche questo fu uno dei motivi che spinse l’imperatore del tempo a scegliere questo luogo per la nuova capitale.

La vita monastica, all’inizio della sua missione, era attiva ed utile al popolo, ma col passare del tempo i monaci divennero bramosi di potere. Le guerre che muovevano contro i ricchi e contro altri monasteri erano spaventose e nemmeno l’imperatore riusciva a porvi fine.

Così al momento di abbandonare Nara, l’imperatore vietò che anche i monaci si trasferissero per evitare la loro intromissione a corte.