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Da Malindi a Morijo

Il nostro amico Ugo, con il Console di Malindi Roberto Macrì, attraversano il Kenya in jeep. Vanno a trovare due eccezionali personaggi italiani che da anni vivono lì. .

MALINDI - TSAVO - NAIROBI - ISIOLO - SAMBURU - WAMBA - MORIJO - NAIROBI - MALINDI

KENYA * Malindi-Nairobi
Lunedì 3.11.2003 ore 7.15 (Primo giorno di viaggio)Il "Bar-Bar"
Siamo tutti puntuali all’appuntamento che c’eravamo dati, evidentemente la voglia di partire è grande e non vediamo l’ora. I miei compagni di viaggio sono: il Console italiano a Malindi Roberto Macrì e la moglie Connie, Franco Nofori, membro del Comites e Kaingu il nostro meccanico, che si rivelerà utile in diverse occasioni.
La giornata si annuncia bella, è mattino presto, ma già il caldo si fa sentire. Decidiamo di bere un caffè espresso al Bar-Bar, sarà l’ultimo per tutta la durata del Safari. Sfortunatamente dopo tanti anni di residenza in Kenya ancora non mi sono abituato al caffè preparato qui, all’inglese, troppo lungo per i miei gusti. Ci mettiamo in marcia e prendiamo la strada che ci porterà allo Tsavo Est, ci hanno riferito che è in buone condizioni. È vero, hanno spianato da poco, non ci sono buche, meno male! Lungo il percorso noto che non incontriamo animali, di solito i Dik-Dik sempre in coppia, abbondano, ma oggi non se ne vedono. Arriviamo a mezz’ora di strada dall’ingresso del parco e, nonostante sia una zona molto popolata d’elefanti, non ce n’è traccia, cosa sarà accaduto? Forse le piogge li hanno fatti spostare su altre aree. In compenso riusciamo a vedere un Kudu minore maschio. Una bellissima e timidissima antilope, abbastanza difficile da incontrare. Ha un corno spezzato, forse le conseguenze di una lotta tra maschi.
Arriviamo all’ingresso del Parco e, come il solito, iniziano i problemi. I ranger ci comunicano che dobbiamo essere tutti muniti di smart card per l’ingresso, sono certo che non sia vero e sto per protestare. Roberto mi ferma subito e con il suo solito modo accomodante di trattare con gli africani, riesce a risolvere. Nel frattempo un fuoristrada giunto dopo di noi riesce a sbrigare le pratiche in pochi minuti e ad entrare. È guidato da un africano. Purtroppo noi siamo quasi tutti ‘mzungu’ (bianchi) e allora…..! Ci comunicano che a Voi dovremo richiedere le smart card per tutti.
sosta forzataAl momento di ripartire ci accorgiamo che la nostra Land Rover perde olio in maniera preoccupante. Decidiamo di andare avanti, poi si vedrà. Avevamo stabilito di fare dei turni per la guida quindi ora tocca a me. La strada in murram, strada bianca per noi italiani, ma è inesatto perché qui sono rosse per la presenza di materiale ferroso, è abbastanza buona. Noto subito che è piovuto abbondantemente, quindi dovrò fare attenzione alle insidie. Dopo pochissimi chilometri commetto un errore, quasi da principiante. Per evitare una grossa buca mi sposto troppo sulla destra ed il terreno, insidioso per aver ricevuto troppa acqua, mi blocca la macchina con grande disappunto di Roberto. Sfortunatamente non avevo scelta. Poco male, in pochi secondi la tiriamo fuori e riprendiamo il viaggio. Ci hanno comunicato che la strada per la cascata Lugard è interrotta a causa delle piogge, ma non è sul nostro percorso. Non vediamo animali e non era mai accaduto in questa area. Molto probabilmente le piogge o l’ora già calda li hanno fatti muovere su altre zone. Anche la parte di Aruba sembra deserta. Ora fa caldo e si inizia a sudare, il cielo azzurro intenso è cosparso di nuvole bianche, basse e bellissime, il classico cielo africano, che adoro.
Arriviamo a Voi e andiamo negli uffici del Kenya Wildlife Services per ottenere le nostre cards. Siamo tutti rassegnati alla esasperante lentezza del ranger che le deve rilasciare, perderemo oltre un’ora. Sono stato il primo ad ottenerla e ne approfitto per bere e fare uno spuntino previdentemente portato da casa. Espletate le pratiche usciamo dal parco e ci dirigiamo subito verso una stazione di servizio per controllare l’olio e fare rifornimento. Una delle tante soste che faremo per controllare la condizione del nostro mezzo.
In Africa quando un veicolo si ferma e ha il cofano motore aperto immediatamente una marea di persone si avvicina per osservare od offrire i propri servigi. Anche questa volta non possiamo sottrarci all’aiuto offerto. Il livello dell’olio si è abbassato in maniera evidente ed i “meccanici” compreso il nostro, sembrano non capirci nulla. Nessuno ha il coraggio di dire qualcosa, ma dentro di noi c’è la preoccupazione che il nostro viaggio sia terminato. La disperazione è latente. I “fundi” (operai) si affannano a trovare una soluzione, ma ad ogni messa in moto del veicolo l’olio continua ad uscire. Il panico è vicino. Da mesi aspettavamo con impazienza di effettuare questo safari ed ora sembra terminato per una banale perdita d’olio. Non posso crederci e soprattutto rassegnarmi. Durante la sosta non ho potuto che sorridere ripensando al film di Alberto Sordi, quando la sua Land Rover, soprannominata la ‘Regina d’africa’ lo pianta in asso nel bel mezzo della savana angolana. Infine è stata risolutiva la mia competenza meccanica. Trattandosi di un problema di sovrappressione ho consigliato di staccare un tubo proveniente dal turbo. In questo modo abbiamo potuto risolvere e riprendere il nostro viaggio. Per un lungo momento però abbiamo creduto che il nostro safari fosse finito lì. Ora alla guida c’è Franco ed il lungo e noioso nastro d’asfalto è davanti a noi, ci condurrà fino a Nairobi dove pernotteremo.

KENYA * Nairobi-Samburu Park
Martedì 4.11.2003 Ore 7.00 (Secondo giorno di viaggio)
Abbiamo dormito al Panafric Hotel, la sveglia ci chiama alle 6, ma non facciamo fatica ad alzarci, oggi inizia il Safari, quello ‘vero’. Ci attende una lunga tirata di circa sei ore. Ieri sera, prima di andare a dormire avevamo fatto una breve visita al Bar dell’Hotel e con grande, piacevole sorpresa, avevamo saputo che hanno una macchina per il caffè espresso. Un’ottima notizia per la colazione di questa mattina. La delusione è quindi grande nell’apprendere che prima delle ore sette non arriva la persona addetta. In Africa gli orari sono molto, ma molto elastici, quindi poteva anche significare che prima delle otto non avremmo potuto avere il nostro caffè. Rinunciamo a malincuore, soprattutto io. Mi accontento di una spremuta d’arancia e qualche brioche, vogliamo rispettare il ruolino di marcia previsto. Pochi minuti dopo le sette siamo già sulla nostra Land Rover.
Il personale dell’albergo dopo aver caricato il nostro bagaglio ci augura buon viaggio. Sono tutti molto gentili e professionali, che differenza con quelli della Costa! Ce ne siamo accorti ieri sera con le nostre ordinazioni al ristorante, non abbiamo dovuto ripeterle un’infinità di volte e soprattutto ci hanno portato quello che Maralal - il lodgeavevamo richiesto!
Partiamo. Usciamo dal parcheggio e ci infiliamo lentamente nel traffico. La prima cosa che salta agli occhi sono gli alberi di Jacaranda in fiore. Bellissimi! È già iniziata la stagione della loro fioritura ed i viali di Nairobi sono abbelliti dal loro colore, viola tenue.
Anche le bouganville sono fiorite e questa sembra la città dei fiori.
Mentre ci dirigiamo verso l’uscita dalla città, noto che il traffico della nostra corsia è abbastanza scorrevole, ma dalla parte opposta è una cosa da impazzire. Migliaia di auto in una fila di svariati kilometri si spostano di pochi metri ogni tre o quattro minuti. Il traffico di Roma, la mia città, che non è da poco, mi sembra una cosa ridicola. Sono le 7.15 e mi chiedo se faranno in tempo ad arrivare al lavoro che inizia quasi ovunque alle 9.
Thika, Muranga, Karatina, Naro Moru e Nanyuki sono alcune delle cittadine che incontreremo sul nostro cammino. L’aria è fresca, le nuvole bianche sono sempre presenti. Il traffico è in pratica inesistente. Se non fosse per la pericolosità degli automobilisti locali, sarebbe un piacere viaggiare, invece dobbiamo stare sempre con gli occhi bene aperti. Alla guida c’è Roberto, è lui l’esperto di queste zone, le ha frequentate per diversi anni quando scorrazzava i suoi clienti da queste parti. Dopo alcune ore la strada inizia a salire. Con gli occhi non abbiamo questa sensazione, ma si sente che l’auto fa fatica ad andare. Dobbiamo anche fare i conti con l’altitudine ed il carico che abbiamo, siamo abbondantemente sopra i 2.000 metri e l’aria rarefatta non aiuta il motore. Alla nostra sinistra abbiamo la catena dei Monti Aberdare, ricoperti di foreste, l’habitat ideale per gli elefanti di montagna, un po’ più piccoli di quelli delle pianure, ma molto più irritabili. Ad un’altitudine di circa 3.000 metri di questa catena montuosa si trova il “The Ark” (L’Arca), un lodge molto bello dove è possibile pernottare ed osservare gli animali selvatici. A proposito del “The Ark” voglio raccontarvi un fatto che mi è accaduto: Era il 1988 ed il nostro primo viaggio in Africa. In ogni nostro Safari io e la mia compagna Roberta abbiamo sempre avuto delle divergenze nel preparare i bagagli e su cosa portare di abbigliamento. Pgni viaggio per lei è un trasloco. Io preferisco viaggiare ‘leggero’. Lei sempre freddolosa ed io invece che ho sempre sofferto il caldo. Mai portato un cappotto in vita mia. Arriviamo quindi al lodge ed iniziamo a familiarizzare con il posto. Io ero indaffarato a cercare un punto da cui effettuare i miei scatti fotografici e alla fine scelsi il grande terrazzo che offriva una vista magnifica del territorio circostante. Impegnato in questa ricerca non avevo assolutamente fatto caso che, sia l’abbigliamento degli altri turisti, che le attrezzature del lodge, fossero da montagna. C’era anche il camino!!! L’abbigliamento degli altri turisti contrastava decisamente con il mio, costituito semplicemente di una camicia, una sahariana senza maniche e pantaloni corti. Di lì a poco me ne sarei accorto e ne avrei fatte le spese. Non appena il sole si è abbassato all’orizzonte ho iniziato ad avere freddo, ma non potete immaginare quanto. Ho pensato immediatamente alla temperatura che avremmo raggiunto durante la notte. Da brividi! Non potevo chiedere aiuto a Roberta perché si sarebbe presa la rivincita sulle mie prese in giro nei suoi confronti. Ero disperato, avevo già compreso che non avrei superato la notte, sarei morto assiderato su queste bellissime montagne africane! Il colmo dei colmi, morire di freddo in Africa!!!
La mia preoccupazione aveva raggiunto livelli notevoli, ma non volevo chiedere aiuto a nessuno, stupido orgoglio maschile. Dopo qualche ora, quando i segni del freddo erano ormai visibili sul mio viso cianotico, Roberta, alla quale non era sfuggito il mio disagio, si è avvicinata e mi ha detto che le facevo pena, pertanto potevo andare al piano di sotto dov’era ancora aperta la boutique del lodge e potevo acquistare lì un pullover di lana!!! È stata la mia salvezza, non lo dimenticherò mai.

Torniamo al nostro viaggio. Alla nostra destra la catena montuosa del Mont Kenya. Non possiamo vedere il ghiacciaio perché sempre coperto dalle nuvole come il Kilimanjaro. Queste due montagne, le più alte dell’Africa stanno perdendo i loro ghiacciai eterni per l’effetto serra. Gli esperti affermano che fra meno di vent’anni saranno scomparsi. Sarà un grandissimo problema, perché sono loro che alimentano i principali fiumi dei due Paesi. Anzi il Kilimanjaro è importantissimo per il Kenya, poiché alimenta le sorgenti Mzima nello Tsavo Ovest che riforniscono di acqua Mombasa, che dista diverse centinaia di kilometri dalla montagna. Stiamo passando il valico, ora inizieremo a scendere e la strada ci condurrà ad Isolo. dove arriviamo a mezzogiorno. La cittadina è un brulicare di persone di tutte le etnie. Molti Samburu, questa è la loro area, ma anche tantissimi Somali che cercano di sbarcare il lunario con piccoli traffici fatti alla luce del sole. Quelli illegali riguardanti le armi li fanno di notte e underground (nel sottobosco). Compriamo delle banane e durante la sosta veniamo letteralmente assaliti dai venditori. Tutti vogliono venderci qualcosa, chi un bracciale, chi una collana o un coltello somalo. Per non deluderli acquisto alcuni monili. Usciamo dalla cittadina con un sospiro di sollievo, sembrava proprio una di quelle città di frontiera che abbiamo visto tante volte nei film western. Roberto ci comunica che siamo entrati in quella che chiamano ‘La frontiera del Nord’. Le desolate e aride distese del Kenya Nord-Occidentale sono un’area selvaggia, immensa e meravigliosa, ancora in parte inesplorata. Nonostante si estenda su oltre un terzo della superficie del Kenya, la sua popolazione è soltanto il 6% degli abitanti del Paese. La maggior parte della popolazione è nomade e definisce la zona ‘Dida Galgalu’ (Pianure oscure) ed è spontaneo chiedersi come qualcosa o qualcuno possa vivere qui.
Il paesaggio è cambiato e anche il tempo, ora piove leggermente. Siamo in pianura e la vegetazione è diversa. Savana bassa con acacie spinose, rari pastori di cammelli e capre. Facciamo ancora una sosta per controllare l’olio all’auto, ora sembra non ne perda più. Approfitto per fare qualche scatto e dei ragazzini Samburu curiosi si avvicinano. Contrariamente a quelli della Costa, non chiedono soldi, anzi non chiedono nulla, si limitano ad osservare. Inizio a dare ragione a Roberto. Abbiamo avuto sempre delle divergenze sulla popolazione. Io non sopporto il modo di fare delle etnie della Costa, anche se riconosco che una grossa responsabilità è nostra per averli abituati male. Comunque sono troppo insistenti e mirano solo ai tuoi soldi. Qui invece la popolazione è molto diversa, è, come sostiene Roberto, più ‘genuina’, al massimo possono chiederti dell’acqua, ed è vero. Che differenza!
Ora siamo arrivati all’ingresso del Parco Samburu, sono le ore 13. Abbiamo impiegato quasi sette ore per arrivare sin qui. Le pratiche sono rapide. Il tempo di fumare una sigaretta e si entra. Ci dirigiamo subito al Samburu Game Lodge, dove pernotteremo. Mentre andiamo mi guardo intorno. Il paesaggio è differente dall’ultima volta che sono stato qui. Ho l’impressione, ma non solo, che ci sia qualcosa di diverso. Mi rendo conto che la differente stagione delle mie visite è il vero motivo della diversità, ora c’è molto più verde.Ewaso Nyiro river Arriviamo al lodge in tempo per il pranzo. Mangiamo subito dopo aver preso possesso delle camere. Molto confortevoli, sistemate in bungalow lungo il fiume Ewaso Nyiro popolato di coccodrilli, grandi ippopotami e tantissimi uccelli. Forse avremo la possibilità di vedere anche gli elefanti all’abbeverata. Dopo il pranzo abbiamo circa un’ora per riposarci, ma io ne approfitto per sedere in veranda e guardarmi intorno. Ripenso all’anno scorso, quando una notizia ha fatto il giro del mondo sbalordendo tutti, soprattutto gli esperti. La notizia partì proprio da questo Parco. Una leonessa poi chiamata Kamunyak (benedetta) aveva adottato un piccolo Orice beisa. Strano comportamento per una predatrice, adottare quello che doveva essere il suo pasto! Questo anomalo comportamento non è stato mai chiarito, nonostante i più grandi esperti siano stati interpellati al riguardo. La mia opinione è che l’impossibilità di avere figli abbia causato quest’anomalia comportamentale. Per ben sei volte ha ripetuto l’adozione sottraendo i piccoli di pochi giorni alle loro madri, permettendo però che li allattassero per pochi minuti. Li ha difesi persino dagli attacchi di leoni e leopardi. Dovrò ricordarmi di chiedere informazioni ai ranger per sapere cosa ne è stato di Kamunyak.
Alle 16 siamo pronti per il giro nel parco. Non possiamo perdere tempo, ne abbiamo poco. Chiediamo quindi di essere accompagnati da un ranger esperto il quale sa dove condurci per gli avvistamenti. Lo incontriamo che ci attende vicino all’auto. È un Kalenjin, alto e magro, fisico asciutto, poco loquace. Abbiamo però la possibilità di osservare la sua professionalità. L’occhio esperto nell’individuare gli animali è coadiuvato dall’assoluta conoscenza dei parco.
La temperatura è perfetta. Una leggera brezza scende dalle colline verdi circostanti, l’ideale per gli avvistamenti. Abbiamo circa due ore, poi scenderà il buio della notte. Sfortunatamente non riusciamo a vedere gli elefanti, sempre presenti in gran numero. Il ranger afferma che si sono spostati per le piogge. In compenso vediamo un gran numero di giraffe di Rothschild (reticolate) presenti soltanto in questo parco. Le zebre di Grevy sono numerose, anch’esse esclusive di queste zone e Orici beisa in grandissima quantità. Ci dirigiamo verso il fiume, posto ideale per l’avvistamento e l’ora è propizia. Infatti riusciamo a vedere un gran numero di volatili, aquile, anatre egiziane, marabù, avvoltoi, hornbill. Lo spettacolo del fiume è sempre affascinante, lo scorrere dell’acqua rossastra come tutti i fiumi in Africa mi fa pensare a quanti animali hanno perso la loro vita, vittime dei predatori mentre vengono a dissetarsi. Un ciclo della natura africana che non finirà mai. Poco prima di tornare al lodge avvistiamo una leonessa e poi un ghepardo con il piccolo. Sempre eccitante l’avvistamento di questi felini. Chiedo al ranger notizie di Kamunyak e mi riferisce che non è stata mai più avvistata, forse si è spostata in qualche altra zona fuori del parco. Peccato, l’avrei vista volentieri. (Ho pubblicato la notizia sulle pagine di Supereva nella rubrica “Le Notizie di Ugo” quando l’episodio fece il giro del mondo).
All’imbrunire torniamo al lodge dove ci attendono un paio di birre gelate. La polvere della savana ci ha fatto venire una sete non trascurabile! Prima di andare a dormire Roberto ci informa che non verrà al game drive dell’indomani mattina. È troppo stanco e preferisce riposare, andremo quindi io e Franco.
strada per Wamba

KENYA – Samburu Park-Wamba
Mercoledì 5.11.2003 Ore 6.30 (terzo giorno di viaggio)
Ci svegliamo molto presto, dobbiamo partire alle 6.30. Quando arriviamo al parcheggio il ranger è già lì ad aspettarci. Non abbiamo molto tempo a disposizione, l’appuntamento con Roberto e Connie è alle 9 per partire alla volta di Wamba. Il game drive ci ha deluso, nonostante l’ora ideale per gli avvistamenti non vediamo un granché. Le ore subito dopo l’alba sono l’ideale perché c’è molto movimento, gli animali notturni rientrano ed escono quelli diurni, quindi è facile avvistarli. Evidentemente non siamo fortunati. Torniamo per fare colazione e caricare i nostri bagagli che avevamo già preparato.
Partiamo alle 9 in direzione Nord-Est. Il tempo è bello, però in lontananza vediamo delle nuvole che lasciano presagire pioggia, che arriverà di lì a poco, come avevamo previsto. La strada è discreta, la nostra Land Rover fa il suo lavoro onestamente, sebbene non dimentichi di esprimerci i suoi acciacchi con rumori di varie tonalità. Ho notato che da quando abbiamo lasciato Malindi non parliamo più di distanze espresse in kilometri, ma soltanto in termini di tempi di percorrenza ed è giusto che sia così. La condizione delle strade non asfaltate cambia quasi all’improvviso, e le informazioni sul loro stato a volte non corrispondono alla realtà, oppure sono ‘vecchie’ di qualche giorno. Insomma le sorprese sono dietro l’angolo e si possono fare solo previsioni. In certi tratti si deve fare la gimkana per evitare le buche, a volte vere voragini che possono inghiottire l’auto e i suoi occupanti. Con tutta onestà posso affermare che abbiamo sempre rispettato il ruolino di marcia, nonostante le numerose soste per scattare foto o sgranchirci un po’ le gambe. Circa un’ora dopo la nostra partenza inizia a piovere. Una pioggerella che aumenta d’intensità man mano che andiamo avanti. Siamo sorpresi per questa pioggia, poiché a queste latitudini piove di rado. In ogni modo siamo contenti per le popolazioni locali e per noi stessi che evitiamo di mangiare polvere. Ho letto una statistica che sostiene con certezza che le donne africane percorrono mediamente 10 km al giorno a piedi per andare a prendere venti litri d’acqua e spesso fanno due viaggi. Se penso alle nostre abitudini, che abbiamo acqua calda e fredda secondo le necessità, ma soprattutto in grande quantità e agli sprechi che ne facciamo, beh, mi viene solo rabbia! Durante questo tratto di strada ho visto il paesaggio cambiare almeno tre volte. Abbiamo attraversato tratti di savana bassa con molte acacie spinose per passare poi ad una vegetazione più consistente, con molti alberi, per poi tornare alla savana bassa e arida ma sempre circondati da colline verdeggianti. Abbiamo incontrato molte mandrie di vacche, capre e cammelli, costantemente guardati da ragazzi Samburu. Giovani, che salutano sorridendo al nostro passaggio. Le nuvole che qui mi hanno sempre affascinato e stupito sono sopra di noi ed a volte sotto, quando siamo in cima alle colline. Sono di colori mutevoli, dal bianco candido al grigio più scuro. Così basse che a volte ricoprono rilievi non più alti di 600 metri. La temperatura è ideale, non più di 20-22 gradi. Dopo aver superato uno ‘uadi’ (fiume stagionale in secca), iniziamo a vedere i primi insediamenti della popolazione locale, i Turkana. Capanne di fango con il tetto a cupola tonda, vedo anche un piccolo ‘duka’ (negozio). La gente è cordiale e sempre sorridente. Entriamo a Wamba, un avamposto praticamente situato in mezzo al nulla più totale! Improvvisamente alla nostra sinistra appare un muro di cinta, un muro vero, fatto di mattoni e cemento! È il Centro ospedaliero della Consolata, diretto dal Dottor Silvio Prandoni classe 1934. Entriamo. Ci fanno accomodare in un soggiorno, che scopriremo poi è un po’ il punto di ritrovo del Dott. Prandoni e dei suoi collaboratori, per fare colazione, pranzare e prendere il tè. Un suora, la capo infermiera suor Sandra, si prende cura di noi e ci accompagna alle nostre stanze. Sono tutti molto gentili, cerimoniosi e garbati. Mi sento quasi imbarazzato.
Durante il pranzo il Dott. Prandoni ci informa che alle 16 ci accompagnerà per un giro di visita al complesso ospedaliero, sono certo che sarà molto istruttivo.
COME NASCE WAMBA
Il Centro ospedaliero di Wamba nasce negli anni ’60 da un’idea dei Padri della Consolata. Inizialmente si volle costruire un ospedale per aiutare le popolazioni locali tagliate fuori da ogni contatto con il resto del Paese e quindi bisognose di aiuto. Iniziarono così i primi contatti con il Governo per ottenere i permessi necessari. Inspiegabilmente i permessi furono rifiutati. Per la nostra mentalità europea certi episodi non hanno una spiegazione apparente, ma ci fanno richiamare alla mente soltanto atti di autolesionismo. Ma come, un’organizzazione umanitaria vuole darsi da fare a sue spese per alleviare la sofferenza e spesso evitare la morte di una parte della popolazione locale, ed il Governo non approva? Misteri africani!
In ogni modo i Padri della Consolata non si sono arresi di fronte alle difficoltà e di lì a poco trovarono l’espediente atto a risolvere il problema. Per uno strano motivo la popolazione dell’area interessata, soffriva particolarmente di malattie oculari di vario genere. Fu richiesto quindi il permesso di costruire un ospedale oftalmico. Questa volta la richiesta fu accolta. Verso la metà degli anni ’60 era già operante un reparto oftalmico, ma come ben sapete la medicina e la chirurgia sono parte integrante della cura di queste affezioni che a volte richiedono un intervento chirurgico. L’idea originaria di costruire un ospedale a Wamba si era concretizzata e verso metà degli anni ’60 il Dottor Prandoni assunse la Direzione sanitaria dell’ospedale di Wamba, dove ancora opera.
ingresso a Wamba
LA STRUTTURA
L’ospedale si estende su un’area di oltre 100 acri (40 ettari) ed è una ‘città’ completamente autonoma. La popolazione gravitante sull’ospedale è di circa 40.000 unità e i ricoverati ogni anno assommano a quasi 3.000. Sono stati scavati due pozzi e ad una profondità di 150 metri è stata trovata l’acqua che rifornisce tutto l’ospedale insieme a quella piovana, raccolta durante il periodo delle piogge. Sono inoltre recuperate e trattate le acque nere che provvedono alle esigenze dei giardini e dei servizi. Quattro generatori diesel forniscono l’energia sufficiente a far funzionare tutto il complesso, poiché l’area dove sorge non è fornita di energia elettrica.
L’ospedale ha 200 posti letto. Il reparto ospedaliero ha un ambulatorio per la prima visita che accoglie circa 150-200 pazienti al giorno, con punte spesso di oltre 300. Un reparto maternità con relativo nido e sala parto attrezzata. Mensilmente si registrano dalle 40 alle 50 nascite. Il reparto è dotato anche di quattro incubatrici. Sono presenti anche i reparti malattie infettive, medicina, ortopedia e chirurgia, quest’ultimo reparto consta di tre sale operatorie ove sono effettuati anche interventi di alta chirurgia, quali trapianti di cornea e d’anca. Una palestra per la ginnastica rieducativa è fornita di tutte le attrezzature necessarie. Esiste anche un laboratorio per la fabbricazione di medicinali e flebo, ed un fornito magazzino per le scorte medicinali.
Il Day Hospital, la Scuola infermiere e l’Ospedale Oftalmico, fanno parte della struttura ospedaliera. Un’officina meccanica si occupa della manutenzione degli automezzi. Una fabbrica di laterizi, la falegnameria ed il reparto idraulica provvedono alle necessità dell’ospedale. Una cucina moderna pensa alla preparazione dei tre pasti giornalieri che sono somministrati ai degenti ed al personale paramedico, tutto africano, che lavora all’interno.
Il personale medico, anche specialistico, è fornito dal volontariato. Circa 50 professionisti italiani si alternano in turni di due-tre settimane ogni anno secondo le necessità. L’opera di questi professionisti è encomiabile!
COME SI FINANZIA
Una struttura di queste dimensioni ha la necessità di avere a disposizione ingenti somme per poter funzionare. Il bilancio annuo ammonta a circa 750-800.000 Euro.
La Missione della Consolata provvede con un terzo ai fondi necessari, un altro terzo arriva dalle prestazioni mediche dell’ospedale ed infine un terzo dalle donazioni di benefattori. Se pensiamo per un momento che un bambino per il ricovero paga l’equivalente di un Euro al giorno ed un adulto 2 Euro è facile fare il conto di quante persone sono curate ogni anno. Bisogna considerare però che pagano soltanto quelli che possono permetterselo, per gli indigenti è gratuito. È facile comprendere che l’ospedale ha estrema necessità di reperire fondi per funzionare.
LE DIFFICOLTA’
Le difficoltà incontrate per la realizzazione di quest’opera umanitaria, sono state immense. Soltanto chi conosce l’Africa può immaginare di cosa sto parlando. Ho già accennato all’ostruzionismo delle autorità governative, ma non solo, pensate di costruire una piccola città in un’area dove non c’è nulla, assolutamente nulla. Perfino le strade sono un optional. Il reperimento dei materiali da costruzione, le attrezzature, e poi insegnare ai locali a fare cose alle quali non sono abituati, le difficoltà della lingua, difficoltà di comunicazione con il mondo civile. Tutto ciò per iniziare. Quando l’ospedale ha potuto dare il via a dispensare le cure, si sono prospettati problemi di altra natura. In primo piano la diffidenza, poi la differente cultura della popolazione, gli uomini e gli anziani dei villaggi che hanno un grande potere, gli uomini della ‘medicina locale’, ‘mganga’ (stregoni), i quali avrebbero perso il loro potere. Questi ultimi sono stati l’ostacolo più grande, che ancora esiste. Continuano a somministrare i loro intrugli che spesso creano più danni del male che vogliono curare. L’ambulatorio per la prima visita riceve giornalmente 150-200 malati, spesso con punte di oltre 300. I medici specializzati che prestano la loro opera sono italiani. Professionisti che una volta l’anno o anche più, arrivano a Wamba, prestano la loro opera gratuitamente per due o tre settimane e poi ripartono. Uomini eccezionali anche questi, che per modestia non vogliono far sapere i loro nomi. Durante la mia permanenza a Wamba ho avuto l’opportunità di conoscere un grande Professore di Milano, due dentisti, una biologa, quattro tecnici elettronici, un ingegnere e un esperto di impianti elettrici.
Nel corso della mia visita sono rimasto colpito dall’igiene dei reparti, ma soprattutto dall’atmosfera distesa e serena che vi si respirava. Ogni cosa era perfetta. Il personale addetto si muoveva con grazia ed efficienza, i malati trattati con cura e dedizione. Al momento del commiato il Dott. Prandoni ci ha rivolto queste parole:
Molti anni fa sono arrivato a Wamba. Allora non c’era che deserto, deserto e povertà. Grazie ai Missionari della Consolata, contro tutte le avversità di un territorio arido e nemico è nato il Catholic Hospital di Wamba. Da allora il cammino è stato lungo: i 20 letti sono oggi 200 e l’Ospedale con le sue sale operatorie, il DAY HOSPITAL, le SCUOLE INFERMIERE e il CENTRO OFTALMICO offre un servizio insostituibile a tutto il Nord del Kenya.
Nel 1975 è nata l’Associazione Amici di Wamba che provvede all’invio non solo di denaro ma anche di tecnici, infermieri, medici e volontari. Attualmente l’ospedale vive grazie all’aiuto della Diocesi e alla generosità degli Amici. Diventa nostro amico e aiutaci a non interrompere questo filo di solidarietà.

AIUTACI AD AIUTARE……..
Dr. Silvio Prandoni


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C/C N. 86065/0 – BANCA DI LEGNANO
Sede Centrale – Largo Tosi, 9 – 20025 – LEGNANO

KENYA – Wamba-Mararal
Giovedì 6.11.2003 Ore 8.30 (quarto giorno di viaggio)
Ci svegliamo alle 7.30. Franco Nofori mi dice che durante la notte è piovuto molto, ma io non ho sentito nulla, ho il sonno pesante. Arriviamo nella sala da pranzo e vediamo che il personale ha già preparato le nostre colazioni. Arriva il Dr. Prandoni e tutto il personale medico. Facciamo colazione e sentiamo che stanno già programmando il lavoro della giornata. Alle 9 in punto ci congediamo e salutiamo tutti promettendo di tornare. Partiamo.
Il sole e le nuvole si alternano ad intervalli di venti minuti, a tratti piove. Ci dirigiamo a Ovest, verso Moridjo dove incontreremo Padre Aldo Vettori. Un altro grande personaggio, come avremo modo di costatare personalmente.
coccodrilloLa strada che ci porterà a Mararal non è asfaltata, ma il fondo stradale è buono e ci consente di andare spediti. Avremmo voluto passare per Barsaloi, ma ci hanno riferito che la strada è impraticabile a causa delle pesanti piogge.
Passiamo attraverso paesaggi di incomparabile bellezza. Roberto conosce queste zone palmo a palmo, ogni tanto ci stupisce dicendo: ‘Fra poco vedremo la ‘roccia del leone’! Infatti di lì a poco in lontananza vediamo una collina con la roccia che sembra un leone sdraiato! Dopo un’altra decina di kilometri ci avverte che passata quella grande curva laggiù, c’è una grande roccia e potremo fare delle foto! Anche in questo caso ha ragione, è come l’ispettore Rock, non sbaglia mai!!!
Ora viaggiamo in pianura. La vegetazione è mista, savana alternata a bush più fitto e molte acacie, l’albero che richiama sempre alla mente l’Africa. Durante tutti questi kilometri percorsi da quando abbiamo lasciato Isiolo abbiamo incontrato non più di quattro o cinque veicoli, un record! Non posso fare a meno di pensare ad un guasto alla vettura, sarebbe drammatico. Il cattivo pensiero passa subito. Per un momento ha avuto il sopravvento la mia razionalità di ‘mzungu’, ma soltanto per un momento, poi ho realizzato che siamo in Africa, dove tutto è possibile, anche risolvere questo genere di problemi. Ho ripensato ad una mia amica, Roberta Reggiani, grande amante dell’Africa e grande ‘safarista’. Una volta, non ricordo bene dove, mi sembra in Zaire, la sua auto ha avuto problemi con un ammortizzatore, si era spezzato. Beh, non ci crederete, i meccanici locali, non disponendo del ricambio adatto, hanno riempito la grande molla della sospensione con le palle da tennis! Inutile dire che è potuta rientrare in Kenya, migliaia di kilometri distante. Una delle qualità di questa gente è che non si arrende mai, qualunque cosa accada. La strada ora inizia a salire e le colline che avevamo visto in lontananza sono ora davanti a noi. Arriviamo in cima e ci ritroviamo su un grande altopiano verde, l’aria è fresca e il cielo parzialmente coperto dalle nuvole. A volte qualche goccia d’acqua bagna il parabrezza dell’auto. Incontriamo i soliti pastori, ragazzi con la ’shuka’ rossa (tunica), tipica dei Maasai, Samburu e Borana. Assisto per la seconda volta nella mia vita ad una scena straordinaria: Trovarmi al di sopra delle nuvole! La prima volta l’avevo osservata all’isola di Tenerife, quando mi trovavo sulle montagne. Ora siamo sull’altopiano, davanti a noi e sulla destra ci sono le vallate verdi. Ebbene le nuvole sono sotto di noi. A queste latitudini le nuvole si trovano sempre ad un’altezza variabile tra gli 800 e i 1.000 metri, noi sull’altopiano dovremmo essere parecchio oltre i mille.
Non piove più e ci fermiamo a controllare l’olio. Tutto a posto, possiamo proseguire non senza aver fotografato i pastori, che si erano avvicinati per curiosare. Durante il viaggio Roberto ci racconta che solo venti anni fa questo altopiano era popolato da decine di migliaia di zebre, con impala, gazzelle di Grant e di Thompson. Ora non ce ne sono quasi più. Il bracconaggio ha fatto tutto quello che doveva. Ha sterminato tutte le specie che pascolavano qui. Più avanti però, quasi a smentirlo vediamo le zebre, ma sono poche decine, nulla a che vedere con lo spettacolo idilliaco degli anni passati. Ci domandiamo se il Kenya Wildlife Services è al corrente di ciò che è avvenuto e perché non ha fatto nulla per fermare questa distruzione. Ci viene alla mente uno degli ultimi rapporti sulla fauna in Kenya. Questo rapporto, che abbiamo letto circa un mese fa, afferma che il Kenya negli ultimi venticinque anni ha perduto, a causa del bracconaggio il 75% degli animali selvatici. Si, avete letto bene, il 75%! Significa che si è salvato soltanto un animale su tre, roba da non credere. Ricordo che il Dr. Richard Leakey alla fine degli anni ’80 era riuscito a risolvere il problema dando una caccia spietata ai bracconieri. In quel periodo ne sono stati uccisi molti, ma era l’unica maniera per risolvere questo odioso problema. La foto del Presidente Moi che brucia tonnellate di avorio fece il giro del mondo.
Siamo a Maralal, la cittadina è tutta in attività.
Centro amministrativo e capitale del Distretto Samburu, è un allegro centro abitato situato sui pendii occidentali dei Monti Ol Doinyo Lenkiyo. Ha l’aspetto di una città di frontiera. Le case basse ed il Municipio con la facciata verniciata di fresco. Due polverose vie principali e tanti ‘duka’ (negozi).
È il luogo ideale per conoscere i Samburu e l’ultimo posto dove è possibile fare rifornimento. La temperatura è molto più bassa rispetto a ieri. È un brulicare di persone. Tutti hanno qualcosa da fare, anche noi. Stiamo cercando un elettrauto, ci siamo accorti che ogni tanto la spia dell’alternatore si accende e non vorremmo avere brutte sorprese. Un ragazzo volenteroso dice di conoscerne uno ‘bravo’. Ci fidiamo e ci facciamo accompagnare. Mi rendo subito conto che il ‘fundi’ è uno del mestiere da come analizza l’auto, ma soprattutto da come muove le mani. Sa quello che fa e lo faccio presente a Roberto che si tranquillizza. Dopo dieci minuti il problema è risolto, un filo faceva falso contatto. Decidiamo di approfittare dell’occasione per acquistare del tabacco da masticare per gli anziani che incontreremo nei prossimi giorni. Fermiamo l’auto davanti ad un ‘duka’ (negozio) lungo la via principale di Maralal, una miriade di persone ci circonda, è sempre così quando un bianco si ferma. Tutti vogliono venderci qualcosa. Io mi diverto, Connie vuole acquistare dei braccialetti, Franco Nofori è disturbato da questa folla e Roberto cerca di trattare per l’acquisto del tabacco.
Ci dirigiamo al Maralal Safari Lodge dove pernotteremo. Il lodge è accogliente con i suoi bungalow di legno, appoggiati sul fianco della collina. Prendiamo possesso delle nostre camere. Una sorpresa ce l’ho in bagno. La vasca da bagno ha tre rubinetti e non due come di norma. Un cartello avverte che dobbiamo aprire prima quello di destra per avere l’acqua calda proveniente dai pannelli solari. Se l’acqua calda non arriva, chiudere il rubinetto di destra ed aprire quello di sinistra. Questo fornirà acqua calda perché alimentato da un serbatoio scaldato a legna. Se anche in questo caso l’acqua calda non dovesse arrivare, chiamare l’inserviente!!!
Il lodge è stato un ritrovo di cacciatori bianchi, fino a quando la caccia grossa è stata permessa. Ora ospita turisti e viaggiatori di passaggio. C’è un grande salone con un immenso camino ed una grande veranda da dove è possibile ammirare gli animali. Possiamo vedere zebre, impala e molti Eland, una grande antilope. L’aria è abbastanza fredda e pensiamo che il camino stasera ci sarà molto utile. Il servizio non è un granché, ma siamo troppo stanchi per protestare e dopo cena ci sprofondiamo nelle comode poltrone davanti al camino. Parliamo di ciò che abbiamo visto in questi giorni, le straordinarie scene che si sono srotolate davanti ai nostri occhi. Ancora una volta ringrazio Roberto dell’opportunità che mi ha offerto. Non lo ringrazierò mai abbastanza. Si è fatto tardi. Domani abbiamo un altro bel tratto di strada che ci attende, ce ne andiamo a letto per un meritato riposo.

bambini (mtoto)

KENYA – Maralal-Moridjo
Venerdì 7.11.2003 Ore 8.30 (quinto giorno di viaggio)
Oggi finalmente incontreremo Padre Aldo Vettori, questo grandissimo personaggio che da oltre trent’anni vive in Kenya per aiutare le popolazioni locali.
Il viaggio di trasferimento si svolge senza intoppi, nonostante che in alcuni tratti la strada sia stata veramente disagevole. Parecchi kilometri di roccia hanno messo veramente alla prova la nostra ‘Land’. Alle ore 10 arriviamo alla piccola missione di Mogur, dove abbiamo appuntamento con Padre Aldo. Ci troviamo su un altro altopiano. La piccola chiesa con la campana a fianco e la scuola elementare, sono state costruite da Padre Aldo, sono le uniche costruzioni visibili. Mentre attendiamo il suo arrivo i piccoli Samburu, curiosi nel vedere i ‘wazungu’ (bianchi), si avvicinano alla spicciolata. Un vecchio, dall’età indefinibile è seduto sul gradino della chiesetta, è cieco. A Roberto che parla con lui chiede diverse volte se andiamo a Morijio. La risposta affermativa di Roberto sembra non bastargli e continua a chiedere. Padre Aldo ci spiegherà il perché di questa insistenza. A Moridjo ci sarà il matrimonio di un suo amico e lui non vuole mancare al pranzo che seguirà la cerimonia! Mentre siamo lì, in attesa, è il vecchio cieco a dirci che Padre Aldo è in arrivo. Noi non ce ne siamo accorti, anche perché non vediamo auto in arrivo. Ma il vecchio non sbaglia, dopo un po’ vediamo la vecchia Toyota del Padre spuntare da dietro un dosso, il vecchio aveva ragione, il suo udito fino non lo aveva tradito.
L’incontro con questo sacerdote è incredibile. Dopo il lungo abbraccio con Roberto ci sono le presentazioni. Quest’uomo che vive in Africa da oltre trent’anni non è molto alto, ma si intuisce che ha un fisico saldo e vigoroso, nonostante poco tempo fa gli abbiano impiantato tre bypass. È un vulcano in eruzione, inizia subito a parlare senza sosta. Roberto deve mettergli premura per andare ad officiare la S. Messa mentre noi andremo a vedere la Rift Valley. Nel frattempo la chiesa si è riempita di bambini e ragazzi. Prima di lasciarci Padre Aldo ci parla del vecchio, al quale abbiamo dato del tabacco da masticare e che non ci ha mai abbandonato sin dal nostro arrivo. Ci racconta un fatto di straordinaria bellezza.
Una sera, uscendo dalla chiesa, era già buio ed il cielo limpido e pieno di stelle. Dovete sapere che in Africa, non so per quale motivo, ma credo per l’aria pulita, le stelle sono molto più luminose e numerose che in Europa. Mentre si avviavano il vecchio cieco ha esclamato: - Oh, quante belle stelle in cielo!
Padre Aldo meravigliato gli ha rammentato che è cieco, quindi come fa a vedere le stelle? Ed il vecchio toccandosi la fronte: - Ma io le sento tutte qui!!!
Padre Aldo gli ha trovato anche una moglie affinché si prenda cura di lui. Infatti ci viene presentata di lì a poco. È una giovane Samburu che sorride sempre. Poco prima di andare via il vecchio sacerdote ci comunica una cosa che ci lascia di stucco. Dovete sapere che lui da molti anni è impegnato in un’opera di pacificazione tra le tre etnie della zona, Samburu, Turkana e Pokot. Ci conferma quindi che domani dovremmo assistere ad un fatto eccezionale, l’incontro degli anziani di queste tre tribù che cercheranno di mettere pace tra loro, semprechè non ci sparino prima!!!
Ce ne andiamo un po’ perplessi, ma sentiamo dentro di noi che tutto andrà bene. Questo grande personaggio ha messo termine ad un traffico d’armi nella zona. Armi che in mano ai Pokot non sono certo un bene. Questo popolo è costretto a commettere razzie e ruberie seguite da violenze di ogni genere per sopravvivere. La loro area di residenza è avara e ostile.
Ci dirigiamo verso Molasso. Dopo una serie di saliscendi la strada ci riporta sull’altopiano. Ci troviamo a circa 2.000 di altitudine. Sulla grande pianura troviamo un recinto con l’ingresso ad arco, in cima ci sono delle corna di Kudu come insegna. All’interno del recinto ci sono dei banchi da mercato fatti con dei rami. Ci spiegano che ogni lunedì viene effettuato un mercato con acquisti e scambi di merce, al quale partecipano le tre etnie della zona. È facile intuire che c’è lo zampino di Padre Aldo. Un altro espediente per far convivere e socializzare pacificamente la popolazione.
Rift-Valley
Fatte poche centinaia di metri ci troviamo di fronte ad uno spettacolo di impareggiabile bellezza: La Rift Valley in tutto il suo splendore è lì, davanti a noi. In Kenya gran parte del Rift rimane un esempio dell’Africa selvaggia che affascina l’uomo grazie alla sua bellezza eccezionale. In nessun altro luogo essa appare più straordinaria e sensazionale. Questa barriera naturale che raggiunge in alcuni punti i 100 km di larghezza è lunga circa 6.000 km. Racchiude scarpate, fiumi dal fondale sabbioso, aride pianure e laghi di soda. Lungo questa immensa spaccatura, nelle pareti delle scarpate e sotto la superficie del fondovalle, si celano le testimonianze delle origini dell’umanità. Gran parte di quanto testimonia la comparsa dell’uomo è stato ritrovato in due tra i più importanti luoghi di interesse preistorico, la Gola di Olduvai nel Rift tanzaniano e Koobi Fora, sulle coste orientali del lago Turkana in Kenya. Avevo avuto in passato altre occasioni di vederla da altri punti di osservazione, ma mai così bella. L’ho osservata da Nyahururu, Mogotio, Naivasha, Gilgil ecc., tutte zone dove la grande valle è interamente coltivata, quindi con una fortissima presenza umana. Qui invece è splendido, non c’è traccia alcuna di esseri umani. Tutta la vallata, che si perde fino all’orizzonte dove c’è l’altro versante che stimiamo a 70-80 kilometri di distanza, è verde e le tonalità cambiano con il variare della luce del sole o delle piante che la coprono. Siamo senza parole. Rimaniamo lì ad osservare questo spettacolo della natura senza riuscire a parlare. Soltanto Franco osserva che è un paesaggio alla Jurassik Park e se dovessero uscire dei dinosauri, sarebbe perfettamente normale. Credo abbia ragione, devo aver letto da qualche parte che la Valle del Rift si è formata nel periodo Giurassico. Scattiamo delle foto ricordo, ben consapevoli che non riusciranno a restituire quello che i nostri occhi hanno visto.
Torniamo indietro per incontrare Padre Aldo con il quale andremo alla Missione di Moridjo. Ci ha promesso gli spaghetti alla Carbonara! Un piatto irrinunciabile dopo quasi una settimana che non ne mangiamo. Lo raggiungiamo, ha già finito il rito religioso. Tutti insieme ci mettiamo in marcia alla volta di Moridjo. Affrontiamo il tratto di strada più brutto da quando siamo partiti. Come di consueto la strada non è asfaltata, ma non è neanche di murram (bianca) è solo roccia, nient’altro che roccia. La Land Rover svolge egregiamente il suo lavoro, anche se non ci risparmia scossoni e sbattute da tutte le parti.
Arriviamo a Moridjo alle 13 e la promessa della “carbonara” è stata mantenuta con nostra grande soddisfazione. Durante il pranzo Padre Aldo ci comunica un po’ la storia di quello che sta facendo da alcuni anni. Dalle sue parole e dall’enfasi con la quale parla ci rendiamo conto che per lui è una grande soddisfazione aver raggiunto questo inizio di pacificazione tra le tre etnie. Nessuno ci era mai riuscito, neanche il Governo. Razzie, omicidi e stupri si sono verificati sin dalla notte dei tempi. Domani sarà un gran giorno, per tutti.
Nel pomeriggio abbiamo tempo a disposizione, allora io e Franco ce ne andiamo in giro per la Missione. Un cane si avvicina, lo accarezzo e da quel momento non ci abbandonerà più, seguendoci nei nostri giri di perlustrazione. Anche dei ragazzini si accodano. Saliamo sulla collina dietro la Chiesa. Da quel punto il paesaggio circostante è fantastico, colline verdi si alternano a vallate, i colori sono intensi e nonostante il sole sia ancora alto la temperatura è ideale. Ci rendiamo conto che tutto il fianco della collina dove ci troviamo è stato cementato. Un lavoro enorme. È stato realizzato per far sì che l’acqua piovana sia convogliata in una grande cisterna da 200.000 litri. Padre Aldo ci dirà poi che una metà di questa è distribuita alla popolazione locale. I ragazzini sono sempre lì vicino a noi, chiedo il permesso di fotografarli, promettendo che spedirò loro le foto, acconsentono e si mettono in posa. Sono ormai le 5 del pomeriggio, scendiamo dalla collina e ci avviamo verso la Chiesa. Vediamo un fiume di ragazzini che entrano in Chiesa. Entriamo anche noi. Un catechista africano sta facendo catechismo ai ragazzini mentre Padre Aldo è intento a prepararsi per officiare. I ragazzini sono molto attenti a quello che viene loro spiegato. Padre Aldo li osserva, forse pensa che questi saranno gli uomini di domani, ma quale vita li attende? Qui il tempo sembra essersi fermato. Ci sarà un futuro per loro? Sarà un futuro di progresso oppure rimarrà tutto com’è adesso? Grandi interrogativi ai quali non so dare risposta. Mentre ero assorto nei miei pensieri il catechista ha finito il suo lavoro e Padre Aldo ha iniziato ad officiare la Messa. C’è pace e serenità nell’aria, i ragazzini sono tutti presi dal rito che si svolge sotto i loro occhi. Unico suono è la voce del sacerdote. Si arriva al momento della Comunione ed alcuni ragazzi si avvicinano per riceverla. Anche Roberto si avvia a ricevere l’ostia consacrata. Non so cosa sia accaduto, forse mi sono commosso per la spiritualità dell’atmosfera, ho pianto. Probabilmente un grande miscuglio di sensazioni ha causato un crollo del mio autocontrollo. Padre Aldo, al quale nulla sfugge, se ne accorge, si avvicina e mi mette una mano in testa. I suoi occhi penetranti mi scrutano come se volessero leggere nella mia anima, poi sorride e mi incoraggia. È stato un momento di grande intensità.
Usciamo dalla Chiesa che il sole è già basso all’orizzonte. A queste latitudini il sole non cala, precipita. Fra pochi minuti sarà notte e domani ci sarà il grande evento.
Dopo cena ci sediamo in salotto dove regna una grande confusione, libri, documenti, pezzi di ricambio per l’auto, tutto sparso all’intorno, ci sono anche otto enormi batterie per l’inverter, che in caso di guasti al generatore, può fornire qualche ora di autonomia. Mentre sorseggiamo un caffè, chiedo a Padre Aldo di raccontarci qualcosa di interessante, avvenuta durante tutti questi anni di permanenza in Africa. Non se lo fa ripetere e ne spara a raffica. Se non lo avesse fermato Roberto invitandolo ad andare a letto, forse avrebbe continuato tutta la notte. Quest’uomo di 72 anni, tre bypass, e una diverticolite che lo affligge, ha un’energia che noi, più giovani, neanche ci sogniamo.

KENYA–Moridjo-Marti
Sabato 8.11.2003 Ore 8.30 (sesto giorno di viaggio)
Ci incontriamo tutti per la colazione. C’è aria di festa, l’attesa è grande. Non sappiamo cosa accadrà, ma siamo fiduciosi. Padre Aldo ha lavorato duramente per questo avvenimento ed ora è il momento della verità. Già un mese fa è riuscito a far incontrare le donne delle tre tribù. Più di un migliaio hanno risposto e questo è stato l’inizio. Oggi se riuscirà nel suo intento di far incontrare gli anziani, ci saranno buone probabilità che il suo lavoro sia coronato da successo e che le guerre, che hanno sempre insanguinato queste zone, finiscano.
l'arrivo dei pokot
Siamo arrivati a Marti, luogo dell’incontro degli anziani, quasi alle 11. C’è poca gente in giro. Quattro Samburu hanno appena ucciso un capretto e lo stanno scuoiando. Il solito capro espiatorio. Ogni occasione è buona per ucciderne uno e mangiarlo tutti insieme. Iniziano ad arrivare delle donne con i loro costumi variopinti e con il collo adornato da tante collane di perline multicolori. C’è una discussione, sembra che non siano stati avvertiti tutti e c’è il rischio che la riunione non abbia luogo. Attendiamo. Inganniamo l’attesa facendo qualche foto. Padre Aldo ci ha presentato come giornalisti e questo è stato il nostro lasciapassare.
‘Guerrieri della pace’. Girano disarmati per disarmare. Scusate il gioco di parole, ma è proprio così. Sono 21, sette per ogni etnia di appartenenza a tutti indossano la ‘shuka’ bianca. Se le armi, che qui circolano in buon numero, sparissero, molte morti potrebbero essere evitate. Ci dice anche che fin’ora hanno fatto un ottimo lavoro per la pace, in modo particolare uno di loro. Un feroce guerriero Turkana, colpevole di molti omicidi e razzie. I Samburu ed i Pokot hanno chiesto all’unisono che entrasse a far parte dei ‘Guerrieri della Pace’. Questo avrebbe dato credibilità all’iniziativa per la pacificazione.
Tutti dovrebbero arrivare disarmati. Sono presenti anche due poliziotti di questo posto, che possiamo considerare un avamposto nel ‘nulla’. Sono arrivati i Samburu ed i Turkana, mancano i Pokot, i più duri e pericolosi. Lo sono perché più poveri. La loro terra è avara ed ostile, questo li spinge a razziare il bestiame delle altre comunità. Aspettiamo fiduciosi, siamo certi che Padre Aldo non può sbagliare e la sua fiducia infonde in noi la speranza che questo incontro si farà. Siamo venuti sin qui proprio per questo straordinario evento.
Dovrebbe arrivare un camion con i Pokot. Se non dovessero venire sarebbe un fallimento. Dopo alcune ore iniziamo a perdere la speranza, ma un poliziotto ci comunica che un camion sta arrivando. Ci guardiamo in giro e non vediamo nulla, forse si sarà sbagliato. Invece dopo un paio di minuti vediamo lungo la strada una nuvola di polvere che ci conferma l’annuncio del poliziotto. Ancora oggi per me è un mistero di come abbia fatto ad udire il rumore del motore. Il camion arriva. È stracarico di persone che iniziano a scendere appena il mezzo si ferma vicino alla Chiesa. Quando tutti sono scesi vedo che sul camion c’è un fucile Henry-Enfield, un’arma da guerra, forse l’ordine di Padre Aldo di venire disarmati non è stato ascoltato. Le armi prima di questa iniziativa circolavano in gran numero, provenienti dalla Somalia e dal Sudan, due nazioni sempre in guerra. Gli uomini scesi dal camion dovrebbero essere Pokot, i più ostili, ma non vedo le loro acconciature tipiche. Ne riconosco due ed uno di loro ha uno sguardo che mette paura. Mi guardo intorno prima di entrare in Chiesa. L’ambiente che ci circonda è savana aperta, pochi cespugli bassi e qualche raro albero, tanta polvere ed un sole che picchia sulle nostre teste. Entriamo. Le donne sono già lì da parecchio. Sono entrate mentre eravamo fuori ad attendere il camion, poi entrano i ragazzini, i ‘Guardiani della Pace’ ed in ultimo gli anziani. L’ordine di ingresso è stato rispettato. Le ragazze Turkana abbigliate tradizionalmente sono tutte carine, alcune giovanissime, 10-12 anni, timide. Quando si accorgono che le sto fotografando si nascondono dietro le compagne. Osservo le loro acconciature che hanno sulla testa, sono fatte di perline multicolori e con sorpresa vedo che hanno tutte il crocefisso in cima, segno della cristianità.
Tutti i discorsi saranno tradotti in simultanea nelle quattro lingue, Kiswahili, Samburu, Turkana e Pokot. Si annuncia una lunga seduta, considerando la prolissità degli africani. Padre Aldo prende la parola per una breve introduzione, poi lascia parlare i ‘wazee’ (anziani), oggi saranno loro gli attori principali. Durante discorsi fatti dai vecchi la parola ‘Amani’ (Pace) è stata pronunciata molto spesso e tutti l’hanno detta almeno una volta. Buon segno.
Quando hanno iniziato a parlare gli anziani le ragazze sono uscite, forse non potevano presenziare. Le sentiamo cantare fuori dalla Chiesa. Io e Franco usciamo per vederle e anche per fumare una sigaretta. Le ragazze sono tutte prese nei loro canti e balli. La forte luce del sole equatoriale accentua i colori dei loro costumi. Sono allegre e sorridenti come tutte le genti di queste zone. Quando si accorgono della nostra presenza si girano verso di noi in segno di rispetto. Tutto intorno c’è aria di festa. La riunione è finita, le donne hanno cantato e danzato, c’è più serenità intorno a noi.
Padre Aldo e i guerrieri

Usciamo dalla Chiesa, sono già le 15, il sole è forte e fa caldo. Mi guardo in giro e all’orizzonte vedo le colline Ol-Doinyo Nyiro e le Ndoto Mountains. Tra le colline e le montagne c’è una gola che porta al lago Turkana distante solo cinque ore di fuoristrada. Sin da quando ho messo piede in Kenya la prima volta, ho desiderato andare a vedere questo lago dalla bellezza incomparabile soprannominato ‘Il mare di giada’ per il suo colore. La distanza da Malindi e le difficoltà di organizzare il viaggio mi hanno sempre fatto rimandare questo progetto. Ora sono veramente vicino, ma non posso andare per mancanza di tempo. Soltanto cinque ore di fuoristrada!
Durante il viaggio di ritorno alla Missione di Moridjo non possiamo che sottolineare il successo della riunione. La felicità di Padre Aldo è ai suoi massimi. Non smette mai di parlare e ci comunica i suoi prossimi impegni. Alcuni progetti che ha in mente, sono più grandi di lui, ma sembra non preoccuparsi più di tanto. Crede fermamente in quello che fa e la sua tenacia è senza limiti. Ieri sera mentre mettevo ordine nel suo computer portatile, ho visto una cartella chiamata ‘Progetti’. L’ho aperta. Ce n’erano almeno cento pronti per la realizzazione!
Siamo tutti d’accordo. Io, Roberto e Franco faremo del nostro meglio per aiutarlo.
Per chi volesse essere solidale e aiutare quest’uomo straordinario:
Father ALDO VETTORI
c/c 8312631 BARCLAYS BANK OF KENYA Ltd
NAKURU EAST

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