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Tribù Kipsigi

La tribù dei Kipsigi appartiene al gruppo dei Niloti, si trova nella zona della Rift Valley e parla la lingua dei Nandi.

bambini della tribù kipsigi-Nandi
Nei recenti anni, la società keniota ha associato il mese d’Agosto con le calamità nazionali.
E’ interessante notare che i Kipsigis una volta credevano che il mese conosciuto come ‘robtoe’ (piogge nere), che coincide all’incirca ad Agosto, fosse un mese sfortunato. Per questa ragione essi non vogliono effettuare certe cerimonie o iniziare nuovi progetti in questo mese. Erano poste restrizioni in tutte le feste religiose e nelle cerimonie tenute per la guerra, iniziazione o raccolti. Il ‘kutunisiet’, la cerimonia principale del matrimonio, non era effettuata, ma altri sposalizi e fidanzamenti erano permessi. I Kipsigis, sono anche conosciuti come i ‘Lumbwa’ (nome d’origine Maasai) e hanno in comune la lingua e i costumi con altre tribù del gruppo Nilo-Kamitico. Il folklore dei ‘Kipsigis’ è uguale a quello dei Nandi, Tugen, Keiyo e Marakwet, che una volta erano una sola tribù. Essi hanno strette relazioni con i Nandi, si sposano persino tra loro e prendono parte alle loro cerimonie d’iniziazione quando il loro costume non lo permette, perché il periodo non è conveniente. La punizione per ‘rumisiet’, l’uccisione di una persona della tribù, era insolita nella sua severità, che dipendeva principalmente dal fatto se l’uccisore aveva fatto scorrere il sangue o no, più che se fosse stato fatto intenzionalmente. Un assassino che aveva ucciso una persona della propria tribù, era considerato permanentemente sporco. La sua sporcizia (ngwanindo) gli impediva di associarsi con altre persone. L’ostracismo era molto pesante nei primi quattro giorni dall’uccisione, il ‘rumindet’ (uccisore), non poteva entrare in nessuna casa, neanche la propria, ed era costretto a vivere nella foresta. Non poteva perfino camminare, poiché non gli era permesso calpestare l’erba, non poteva parlare con nessuno eccetto un altro ‘rumindet’. Non poteva usare utensili, bere latte, mangiare carne o coltivare vegetali. Il quarto giorno, la sua testa era rasata e cosparsa del sangue di una pecora o di una capra sacrificata per l’occasione, con una cerimonia che lo ripuliva abbastanza da permettergli di rientrare in casa sua e parlare con i propri figli, ma non poteva alzare mai la voce e alcune restrizioni sull’alimentazione restavano. Il marchio poteva essere completamente rimosso se uccideva in guerra quattro nemici uomini e una donna, normalmente una vecchia, perché era costume non ucciderle. Curiosamente, se una persona era bruciata o moriva a seguito delle bruciature, nessuno era punito o incolpato, o quantunque ci poteva essere compensazione. Gli antropologi credono che ci sia qualche attinenza con un leggendario incidente, dove persone anziane rimasero uccise nell’incendio di una foresta da parte di giovani guerrieri durante una migrazione. Per la stessa ragione non si può bruciare una casa, abitabile o no, sotto ogni circostanza, perfino per punizioni o vendette. In seri casi di furti o magie, la ‘mob justice’ (giustizia della folla) era amministrata da un ‘njoget’ (punitore della folla arrabbiata) il quale demoliva la casa del colpevole e disperdeva le sue cose a beneficio della folla. Lo ‘njoget’ era composto abitualmente di donne, eccetto nei casi d’esecuzione capitale, dove erano soltanto gli uomini a decidere, i quali per eseguire la sentenza usavano piccoli bastoni acuminati chiamati ‘mosigisik’ (letteralmente ‘no di nascita’).I costumi Kipsigis considerano cattiva abitudine mostrare eccessive emozioni o curiosità. Per esempio è considerato sconveniente mostrare ogni tipo d’affetto alla presenza d’altri adulti. Un uomo non può avere atteggiamenti affettuosi nei confronti della fidanzata, o moglie, alla presenza di persone per le quali deve riguardo. Si afferma anche che se un uomo tiene la mano della moglie deve lasciarla immediatamente se un altro adulto è in vista, anche a cento metri di distanza. I partecipanti ad un funerale, non effettuano cerimonie, soltanto silenziosa afflizione. Subito dopo la morte, il parente più prossimo, normalmente la madre, la moglie o la sorella del defunto, geme forte fuori della capanna del morto per far sapere a tutti che lì c’è un deceduto. Dopo, soltanto afflizione silenziosa. Il nome del defunto non è più pronunciato, ma ci si riferisce a lui, in ogni occasione, come ‘chichigonye’, ‘la persona di ieri’.

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