Riporto qui di seguito un bell’ articolo recensione di Elena Doni su Amorosi assassini , autori vari edito da Laterza.
Avete mai provato a pensare quanto spazio occupano 160 corpi stesi a terra?
Sono tanti 160 cadaveri, 160 bare, 160 donne assassinate. Se ci fosse l’occhio di un tg sarebbe una carrellata a perdita d’occhio. Ma non c’è, né ci sarà mai un tg a documentare la strage delle donne in Italia. Perché le morti, se non avvengono tutte insieme, non fanno notizia.
E invece questa strage viene perpetrata goccia a goccia, all’incirca una donna morta ammazzata ogni due giorni, quasi sempre per mano di uomini che hanno fatto parte della sua vita: ex-fidanzati, ex-mariti, ex-amanti. E non sempre ex. Nel 2006 sono state ammazzate per mano maschile 112 donne, nel 2007 149, nei primi nove mesi del 2008 (i dati completi e disaggregati dell’anno passato non sono stati ancora resi pubblici) 110. E poi ci sono le aggressioni, gli stupri, le molestie, i maltrattamenti. Nel 2006 le denunce sono state 4500, nel 2008 i soli carabinieri hanno ricevuto 6000 chiamate al 112 da parte di donne che chiedevano aiuto.
Ci siamo messe in tredici - tra femministe della prima ora e giovani donne che non si chiamano più femministe ma che del femminismo condividono quasi tutti i valori – per richiamare l’attenzione su questa mattanza di donne e ne è nato un libro, “Amorosi assassini” (Laterza, euro 16), che scopre in realtà solo la punta dell’iceberg. Come ben sanno le forze dell’ordine e come ha certificato l’Istat con un importante rilevamento reso noto nel 2007, solo il 6% delle donne che subiscono violenze sporge denuncia. Perché così poche? La risposta è nel titolo del libro: perché chi fa del male è molto spesso una persona che si ama o che si ha amato, una persona che nella maggioranza dei casi si pente di ciò che ha fatto e giura che non lo farà più. Oppure è una persona dalla quale dipende la sopravvivenza dei figli. Come spiegò un giorno a Napoli una madre di cinque bambini il cui marito era stato arrestato dopo che l’aveva quasi ammazzata di botte (e non era la prima volta). A chi le chiedeva perché non l’aveva denunciato prima: quella donna rispose: “e se lo mettevano in prigione chi dava da mangiare ai piccirilli?”.
Facciamo un po’ di conti. L’indagine dell’Istat, durata ben cinque anni e basata su un campione di 25.000 donne ha dato risultati agghiaccianti: il 91,6% degli stupri non viene denunciato, il 96% delle ingiurie fisiche subite dalle donne per mano maschile passa sotto silenzio. Lo dichiarò pubblicamente nel 2007 l’allora Ministro dell’Interno Giuliano Amato: sono 1 milione 250 mila le donne che in un anno hanno subìto violenze di vario tipo in Italia.
Questo per quanto riguarda le violenze fisiche: ci sono poi quelle psicologiche e anch’esse possono fare molto male. Per esempio l’uso sistematico di ingiurie, deprezzamento, intimidazioni. Come è stato raccontato nel brano intitolato “La valigia” da Simona Tagliaventi (ognuna di noi ha documentato minuziosamente un caso, tutte insieme ne abbiamo selezionato circa trecento tra quelli più significativi). Racconta dunque Simona di una giovane sudamericana sposata a un italiano, che si è vista proibire qualsiasi contatto con l’esterno e con la famiglia d’origine da un marito che continuamente le diceva: “se non ti sta bene, quella è la valigia, vattene”. Fino al giorno in cui le suggerì, come modo per andarsene, quello di buttarsi nel fiume poco distante.
Claudia Galimberti è andata a Macerata per parlare con Francesca Baleani, la giovane moglie del direttore del Teatro Comunale della città, nonché membro del Consiglio d’Amministrazione del teatro d’opera, lo Sferisferio. Marito che, credendo di averla ammazzata, la buttò in un cassonetto e andò tranquillo in ufficio. Dacia Maraini ha potuto consultare (in quanto depositate agli atti istruttori) le intercettazioni fatte a Padre Fedele, il frate buontempone che aveva fondato a Cosenza la struttura di accoglienza Oasi Francescana e qui circuiva o semplicemente stuprava le donne che gli capitavano a tiro: tra queste anche una giovane monaca che trovò il coraggio di denunciarlo. Elena Gianini Belotti ha ricostruito, anche attraverso le parole della madre, il caso di Jennifer Zacconi: uccisa a vent’anni, incinta al nono mese, dall’uomo che amava, Lucio Niero, preoccupato che la moglie “lo venisse a sapere”. Niero, risultato sano di mente, è stato condannato in prima istanza a trent’anni per omicidio premeditato e interruzione di gravidanza.
E poi ancora hanno scritto questi “ingrandimenti” di casi emblematici e terribili Marina Addis Saba, Cristiana di San Marzano, Elena Doni, Paola Gaglianone, Lia Levi, Maria Serena Palieri, Francesca Sancin, Mirella Serri, Chiara Valentini. Vale la pena di leggerle queste storie drammatiche e magari di regalare il libro a qualche amico o amica. Vale soprattutto la pena di parlarne, per creare una coscienza civile che ci permetta – un giorno, chissà – di avere anche in Italia una legge come quella approvata in Spagna nel dicembre 2004 che ha permesso nel 2007 di ridurre a 74 i casi di “femminicidio”. Esattamente la metà di quanti ne sono avvenuti in Italia nello stesso anno.
Perché solo le leggi “ad hoc”, la bonifica di periferie disastrate, l’educazione contro la violenza a partire dalle prime classi che possono farci sperare in un domani meno drammatico. Le ronde,il “dalli al rumeno” non fanno che rendere più pericolosa la condizione dei deboli. E quindi delle donne.

Ilaria Gullà








