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Africa qui

Parliamo del libro “Africa qui” di Stefania Ragusa, edito da ediarco. Riporto fedelmente dal sito del consorzio equi libri. Per molti anni non c’erano e quando ne compariva uno tutti lo[...]

Parliamo del libro “Africa qui” di Stefania Ragusa, edito da ediarco.
Riporto fedelmente dal sito del consorzio equi libri.
Per molti anni non c’erano e quando ne compariva uno tutti lo notavano: erano vestiti in modo strano, avevano delle cose a tracolla su cui erano esposti orologi, catenine, accendini e altre amenità.
Avevano la carnagione olivastra del Nord Africa e così tutti incominciarono a chiamarli “marocchini”.
Poi arrivarono quelli più neri, dall’Africa vera. Abbordavano l’italiano nei parcheggi dei supermercati, “vu’ cumprà” era il modo in cui ci chiedevano di comprare e diventò il nostro modo per chiamarli.
Passò qualche tempo prima della nascita del termine “extracomunitario”, parolaccia ruvida che dovrebbe riguardare tutti quelli che provengono da terre diverse da quelle incluse nella Comunità Europea.
Peccato che i romeni ne fanno parte ma per tutti sono ancora extracomunitari e che gli svizzeri o gli statunitensi non ne fanno parte ma nessuno li considererebbe mai extracomunitari.
La deriva linguistica del presente arriva infine a un’ultima meta: clandestino. questo libro racconta le storie di tredici marocchini, o vu’ cumprà, o extracomunitari o clandestini.
Tanto non fa differenza: sono sempre l’elemento di fondo che alimenta il cosiddetto “problema sicurezza”. Peccato che i tredici immigrati - noi preferiamo considerarli così - dentro e fuori le cui vite questo libro prova a passare, sono la dimostrazione che è possibile lasciare l’Africa per costruire una strada di successi, di rispettabilità, di sudore forse, ma anche di soddisfazioni.
Le fatiche che attraversano sono infinitamente maggiori a quelle del ragazzo medio italiano.
Ma loro affrontano le proprie burrasche con tenacia e serenità dimostrando che essere poeta, ballerino, medico, dee jay o filantropo è possibile ma non semplice.
E suggerendo che loro sono solo un frammento infinitesimale di un universo composto da immigrati che sono in Italia, che vivono con noi, che lavorano con noi, che faticano come noi, che pagano le nostre stesse tasse ma che per qualche motivo noi preferiamo non notare mai.

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