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Una tassa della SIAE per leggere i libri delle biblioteche.

Si profila all'orizzonte una tassa, un vero e proprio ticket sui libri che si leggono nelle biblioteche pubbliche. Sarà davvero perpetrata questa clamorosa ingiustizia ai danni di studenti e studiosi?

Si pagherà per leggere l

Si
pagherà per leggere l’Eneide, o le lettere di Cicerone, o “Gli Sposi
promessi” in biblioteca?

Cari amici,

una notizia che è passata quasi inosservata sui grandi fogli
nazionali, eppure di portata tale da suscitare un senso più che umano di
sgomento e stupore, è quella che riguarda una applicazione da parte della SIAE
(Società Italiana degli Autori e degli Editori) di una tassa su ciascun libro
letto in una delle nostre biblioteche pubbliche. Insomma, sarebbe come se
mettessimo sullo stesso piano culturale una serata di discoteca, un ballo al
Grand Hotel ed una visita in una biblioteca pubblica.

In verità questa tassa non è stata ancora applicata, ma vi
sono molti buoni motivi per ritenere che la SIAE non rinuncerà a tale diritto
scaturito da una decisione europea di qualche anno fa di imporre tale tassa per
finanziare le biblioteche stesse.

 

Per avere una idea precisa dei termini della questione,
basterà andare all’URL:

http://punto-informatico.it/p.asp?i=47107

Qui sono esposti in dettaglio i vari punti di vista, tra cui
quello di alcuni editori.

In effetti è una notizia a dir poco scioccante, assurda,
stupefacente! Immaginate quale effetto avrebbe su tanti studenti che si sforzano
di non gravare sul bilancio familiare, sfruttando le sale delle biblioteche
pubbliche, dove hanno la possibilità di accedere a costosi volumi depositati, a
disposizione di chiunque abbia bisogno di accedere a testi magari rari, oltre
che costosi?

Mettiamo il caso che uno studente debba consultare il testo,
ovvero i testi (essendo opere in più volumi) delle Pandette, necessari a
chiunque studi Legge.

Perché mai imporre questo balzello, che in teoria dovrebbe
proteggere autori ed editori, ma che in effetti attraverso mille rivoli vanno a
finire nei meandri degli uffici di varie amministrazioni italiane, la cui
voracità è proverbiale?

 

Chiunque di noi abbia studiato all’università, ma anche
durante il periodo liceale, spesso ha sentito il bisogno di rivolgersi ad una
biblioteca per fare delle ricerche o per degli approfondimenti di italiano, di
latino, di storia (parlo ovviamente della mia esperienza giovanile). La
biblioteca comunale allora era il punto di incontro di parecchi studenti che,
soprattutto vivendo in un periodo particolare (era il dopo guerra), quando la
penuria di testi scolastici era tale che ci obbligava a fare salti mortali per
attingere notizie, passi, commenti, articoli, saggi critici et alia, per
documentarci e presentarci ai nostri docenti con una bagaglio culturaloe
sufficientemente solido ai fini della nostra preparazione.

Ripeto, la biblioteca era allora la nostra ancora di salvezza.
Ora c’è Internet, per fortuna, ad aiutare i nostri giovani con il suo immenso
materiale disponibile e fruibile da tutti. Ma io ricordo anche con una certa
nostalgia i tanti anziani e pensionati che andavano a ritrovare in biblioteca i
loro amici di gioventù, che erano magari “La fine di un regno” del De
Cesare, il teatro di Pirandello, le novelle e i racconti della Deledda, le
epistole di Cicerone.

Non è che io voglia fare il catastrofista, ma mi sto rendendo
conto che stiamo vivendo tempi strani, che vanno dal tragico al grottesco,
ovvero dall’allegria più sfrenata dei riti carnevaleschi dei
nostri incontri di calcio, alle immagini tristi e dolorose delle guerre,
soprattutto quelle fratricide delle varie etnie africane in perenne lotta fra di
loro.

E poi non manca l’ostentazione di una ricchezza, di un lusso
esagerato di varie categorie di personaggi più o meno in vista, che fa a pugni
con le immagini di vecchietti, pensionati che stentano a sopravvivere con la
loro magra pensione. E tutti i giovani che vedono un futuro incerto davanti ai
loro occhi, dove li mettiamo? Dove li sistemiamo, in Iraq forse?

Ma mi fermo, perché rischio di andare lontano con questi
discorsi.

Cordialmente,

Vittorio Todisco