In una recente intervista al glottologo Chiti-Batelli, riportata dal giornalista Giorgio Bronzetti, si dà grande risalto ad un fenomeno di tipo socio-linguistico ormai in atto da vari anni in Europa e in quasi tutto il mondo, giudicato allarmante: il dilagare della lingua inglese come mezzo di comunicazione fra i popoli di lingua e cultura diversa. In sostanza la ripetizione, a distanza di XX secoli, della sovrapposizione di una lingua, così come era avvenuto per il latino, alle lingue nazionali, annullandole quasi del tutto. Le opinioni del Chiti-Batelli, occorre precisarlo, si fondano essenzialmente su due punti fondamentali:
1. la necessità di una lingua franca, cioè una lingua comune per popoli diversi per lingua e tradizioni
2. la presunta irreversibilità del fenomeno di egemonizzazione linguistica
Da anni è in atto in Italia e all’estero una campagna di studi, conferenze, pubblicazioni e dibattiti ad opera di strenui fautori di una lingua franca, qual è per antonomasia l’ESPERANTO, di cui il Chiti-Batelli è uno dei più attivi esponenti. Purtroppo l’esperanto non è mai decollato così come era negli auspici dei suoi sostenitori, prendendo come modello classico il latino e lo Swaili, la lingua dei commercianti arabi diffusa in tutta l’Africa per motivi chiaramente commerciali, considerata la eccezionale frammentazione delle lingue e dialetti in tutto il continente.
Attualmente con l’attuazione della federazione europea in verità si è fatto più urgente il problema di una unificazione linguistica, riaprendo un dibattito che sembrava ormai sopito. Ne è diventato portavoce proprio il Chiti-Batelli, che in questa sua intervista chiama in causa persino il nostro glottologo Tullio De Mauro, a proposito della diffusione del latino che viene definito lingua “glottofaga“, cioè divoratrice inesorabile delle altre lingue per un ampio periodo di tempo, ma poi lentamente sopravanzato dalle nuove lingue “romanze” nate dalle ceneri, o meglio dall’incrocio del latino con le vecchie lingue nazionali che non erano sparite del tutto, rimanendo come lingue di “substrato” allo stato latente durante la dominazione romana.
In sostanza, potrebbe riprodursi un fenomeno analogo ai nostri giorni? E in fondo, potremmo definire una vera catastrofe linguistica l’invasione dell’inglese a tutti i livelli e in tutti i settori della nostra vita economica, politica, sociale e culturale? Senza dubbio l’invasione è sotto gli occhi di tutti, se solo si tiene conto che persino nel passato periodo berlusconiano si è sentito il bisogno di creare, per esempio, i cosiddetto ministro del “WELFARE”, come se la lingua italiana non fosse in grado di adoperare un termine adatto o equivalente. In sostanza è un allarmismo eccessivo, quello del glottologo, o la presa d’atto di un processo destinato a durare un periodo più o meno limitato nel tempo?
Il reportage del giornalista ci offre indubbiamente vari spunti di riflessione che sono stimolanti e suggestivi per tutti coloro i quali si interessano dei fenomeni culturali della nostra epoca.
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L’inglese nell’Unione europea: ecocatastrofe linguistica e culturale
di Giorgio Bronzetti
Il glottologo Chiti-Batelli, intervistato da un redattore di La Cronaca d’Abruzzo del 28 giugno, ribadisce che per l’Unione Europea sia necessaria una lingua franca e che questa lingua non possa essere che l’inglese, che acquista terreno giorno per giorno in ogni campo della vita economica e sociale. Fin qui nessuna novità per la stragrande maggioranza dei lettori perché ai fatti di lingua non si dà gran peso e “tanto c’è l’inglese” fa sentire tranquilli tutti quanti, ma Chiti-Batelli rivela un terrificante rovescio della medaglia: la distruzione delle altre lingue e culture, secondo la legge della sociolinguistica che prevede il prevalere della lingua della potenza egemone con effetto devastante per le altre.
Secondo Chiti-Batelli i fautori dell’inglese, e in particolare i glottodidatti, tacciono o sottovalutano ipocritamente e colpevolmente questo aspetto (l’ex ministro della P.I. Tullio De Mauro, noto linguista, ha affermato ”L’inglese ha una funzione transglottica e la presenza di una lingua transglottica non ha mai cancellato le altre” e ancora “Non perdiamoci in inutili allarmismi, proprio mentre il latino s’imponeva come lingua ufficiale da un estremo all’altro d’Europa, si formavano le lingue romanze”). Chiti-Batelli chiarisce in un passaggio saltato per ragioni di spazio da La Cronaca d’Abruzzo le vicende del latino in risposta anche alle affermazioni di De Mauro: “. Il latino è stato ferocemente glottofago e ha distrutto in radice, nell’Europa antica, le lingue dei popoli e territori in cui si è esteso l’Impero romano, a cominciare da quella dei miei antenati, gli Etruschi. Ma, una volta che la lingua di Roma ha cessato di essere lingua di un Impero e- cosa forse ancor più importante- non è stata più lingua materna di un popolo, essa ha potuto restar per molti secoli lingua della cultura, della scienza, della Chiesa senza per questo impedire lo sviluppo dei volgari e delle altre lingue del vecchio continente: il suo effetto glottofagico è, nel Medioevo, interamente cessato”.
Per Chiti-Batelli l’unica salvezza potrebbe venire da una lingua che non sia materna per nessuno e potrebbe quindi essere la lingua franca senza minacciare di distruzione le altre, anzi rispettandone e proteggendone la preservazione, e tale lingua pronta all’uso non potrebbe essere che l’esperanto. E la legge della sociolinguistica ? Ecco il punto: “all’esperanto manca per ora – ed è l’essenziale- la forza politica, il propellente capace di porlo in orbita”, che potrebbe esser costituito dall’Ue trasformata in un vero stato federale che avrebbe bisogno all’interno di una lingua federale ufficiale che non privilegi nessuno dei suoi membri e sentirebbe l’esigenza all’esterno di contrastare l’egemonia dell’inglese , che non è solo linguistica, ma si traduce “fatalmente anche in un effetto di dominanza politica”.
Alla domanda se non ci resta che aspettare passivamente che si formi la federazione europea Chiti-Batelli risponde:
“No. Questa è la strategia che vorrei suggerire: accettare per il momento- dura lex, sed lex- l’inglese, che hic et nunc non ha alternative, stante l’attuale equilibrio, o piuttosto squilibrio, di potere internazionale. Ma battersi, contemporaneamente, sul duplice fronte della denuncia dei rischi gravissimi da ciò derivanti, a medio termine, non solo per le lingue, ma anche per le culture dei popoli europei, che, private degli idiomi che le esprimono, saranno anch’esse progressivamente annientate in una squallida anglolalia universale, e dell’impegno deciso e convinto per la realizzazione della Federazione europea, cooperando attivamente con i movimenti che perseguono quel fine. Ma il tempo stringe e presto sarà raggiunto il punto di non ritorno. Donde la necessità di impegnarsi subito, e con energia, in questa battaglia, mettendo sempre in primo piano qual è la posta in gioco: la sopravvivenza, ovvero la distruzione, dell’”identità europea”, che consiste tutta, e si riassume, nella pluralità delle sue lingue e culture. Scongiuriamo, finché si è ancora in tempo, questa eco-catastrofe linguistica che ci minaccia sempre più da vicino, minaccia non meno grave di quella costituita dall’eco-catastrofe ambientale, e di cui invece si è preso, finora, ancor meno coscienza.”

Taras66








