Cibi e luxus di Roma imperiale. Sapori, vizi, misteri dei Cesari

"Cosa e come mangiavano gli antichi romani?" rientra fra quelle domande che sono ormai consuete e ripetitive, tale e tanta è la curiosità che emana da questo mondo che è lontano da noi dal punto di vista temporale, ma è più vicino di quanto si creda comunemente. Ed ecco un libro che getta luce sul nostro passato, mettendoci a contatto con la tavola dei ricchi commensali, i Cesari appunto, ma anche della gente comune. Pasti, pietanze, ingredienti vari, ricette e quant'altro la fantasia dei cuochi e, diciamolo pure, la borsa dei ricchi consentiva di creare ed offrire al pubblico. Un libro che si legge tutto d'un fiato per la leggerezza con cui è stato scritto, pur esponendo fatti e contenuti notevoli per avvicinarci alla storia e alla vita quotidiana che si svolgeva nella antica Roma attorno ad una tavola imbandita.

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CIBI E LUXUS
DI ROMA IMPERIALE
SAPORI, VIZI E MISTERI
DELLE LIBAGIONI DEI CESARI



align=left vspace=4>Mi è pervenuto in questi giorni un bel
volumetto che rientra di diritto fra i testi che servono a gettare luce sulla
vita quotidiana della antica Roma. Il titolo è già di per sè molto indicativo,
“Cibi e luxus di Roma imperiale” scritto dal giornalista Stanislao Liberatore,
già noto per precedenti testi sullo stesso argomento, ossia la vita romana vista
nei momenti di massima concentrazione intorno ad una tavola imbandita. Come è
noto, nell’età imperiale l’antica frugalità dei Romani si era ormai perduta col
tempo soprattutto nelle classi alte, ed i banchetti erano occasioni d’oro per
concludere affari, rinsaldare amicizie, fare nuove conoscenze, preparare
contratti e così via.

Presentando questo libro mi approprio volentieri delle parole di
Nicolantonio D’Orazio, della cattedra di Scienza dell’alimentazione della
università di Chieti, per il quale questo è un “manuale utile sia allo studioso,
sia a chi si diletta a leggere e a curiosare. Questo libro, però, si fa
apprezzare ancor più per la sua struttura, per il taglio squisitamente culturale
e per la multidisciplinarietà con le quali riesce a compiere un percorso
trasversale nella gastronomia, nei riti e nel repertorio degli ingredienti
necessari per il confezionamento delle vivande apiciane”.

Non si può dare torto al docente che si esprime in questo modo,
perché effettivamente il volume può essere classificato come un libro di
divulgazione di ottimo livello. Ed infatti i riferimenti agli autori latini sono
abbastanza frequenti, perché in questo campo non è possibile inventare nulla che
non sia attestato da autori ed opere del tempo. Apicio in primis, com’era ovvio,
data la popolarità di cui gode ancora oggi l’autore di un famoso ricettario. Ed
infatti il discorso prende l’avvio proprio da questo personaggio, intorno al
quale l’autore si diffonde con notevole ampiezza, presentando dettagli e
particolari che francamente non mi era mai capitato di attingere in varie altre
fonti da me consultate in passato.

Dopo questo excursus sulla vita di Apicio l’autore presenta i
capitoli successivi, che vi riassumo qui di seguito:

- ALIMENTI, ABITUDINI E CURIOSITA’

- DIETA, IGIENE E QUALITA’ DELLA VITA

- IL CULTO DOMESTICO

- TIPOLOGIA DEL TRICLINIUM

- L’INSTRUMENTUM DELLA MENSA

- LA CENA DI TRIMALCIONE

- LA CENA DI NASIDIENO

- I PASTI

- I DOLCI E LA FRUTTA

- IL FORMAGGIO, ALIMENTO DEGLI DEI E VANTO DEI VESTINI

- IL SALE, LE SPEZIE E LE ERBE

- IL PANE: CIBO DEGLI UOMINI, DONO DEGLI DEI…

- IL VINO: SORSO DI VITA, CONFORTO NELLA MORTE

- IL GARUM, LA “CLEOPATRA DELLE SALSE”

- I SATURNALI: STUPRI E VIOLENZE IN NOME DI BACCO

- LA CUCINA “AVVELENATA” E LA FINE DELL’IMPERO

- GLI INGREDIENTI DEI ROMANI

- ASSAGGI “APICIANI”

- GLOSSARIO GASTRONOMICO

Risulta evidente, dalla ricchezza degli argomenti trattati, la
cura posta dall’autore nell’entrare nel vivo della materia, cura testimoniata
abbondantemente dai frequenti richiami a fatti e personaggi, con cui il discorso
viene rafforzato senza ricorrere al piglio cattedratico, ma sempre con la
leggerezza tipica del giornalista. Ecco forse il merito principale che si può
attribuire a questo libro. Infatti queste note sono in sostanza degli
approfondimenti che non appesantiscono il discorso, ma lo sostengono in modo
intelligente con interventi discreti, con una voce “fuori campo”, come si dice
nel gergo televisivo. Ecco, quindi, un esempio pratico di quella che viene
definita “buona divulgazione” che risponde al requisito fondamentale di esporre
fatti, idee, personaggi senza funambolismi retorici o pseudo-letterari o
pseudo-scientifici.

In questo libro forse qualcuno potrebbe lamentare la mancanza di
un apparato critico o di una bibliografia. Ma qui si pretenderebbe dal libro e
dall’autore ciò che in effetti l’autore non ha voluto dare, cioé il tono
cattedratico di cui sopra, per cui il libro sarebbe indirizzato ad una elite di
lettori privilegiati, lasciando da parte, invece, un’ampia massa di lettori
non-specialisti che apprezzano il linguaggio semplice e le idee e i fatti
esposti con la massima chiarezza di linguaggio. Tutto qui.

L’autore, a mio giudizio, in base a questi criteri ha raggiunto
l’obiettivo che si era proposto, cioè avvicinare i lettori al mondo del passato
che non è affatto morto e dimenticato, ma al contrario è vivo e vegeto più che
mai.

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