
SCROLLING DOWN THE AGES (Scorrendo le pagine poco note del passato)
Ci troviamo di fronte a un saggio, più che a un reportage giornalistico, pubblicato qualche giorno fa nel supplemento letterario del NewYork Times dalla nota redattrice Mary Beard, docente di materie classiche all’Università di Cambridge, nonché autrice di vari saggi storico-letterari. Ricordo l’ultimo suo lavoro, “The fires of Vesuvius”, un libro strettamente collegato alla storia del nostro paese.
Mi verrebbe la voglia di darvi qui l’intera traduzione dell’articolo, se non fosse tanto lungo, e infatti occupa parecchio spazio che potrebbe produrre stanchezza o noia in qualche visitatore. Pertanto invito gli interessati a portarsi direttamente alla pagina originale del New York Times per poter gustare con comodo questo interessante reportage sui libri nella antica Roma.
L’inizio è molto significativo: “Il mio libro è sfogliato dai nostri soldati in servizio oltremare, e persino in Britannia le persone citano le mie parole. Qual è il problema? Io non ne ricavo un penny.” “Questo non è il rammarico di qualche giovane autore americano che ha scoperto all’improvviso che egli non ricava assolutamente nulla dalle vendite. Queste sono parole di Marziale, poeta satirico romano, e difensore dei diritti d’autore.”
“Noi di solito presumiamo che non vi sia nulla in comune fra l’antico commercio romano del libro e quello dei nostri giorni. I libri romani,dopo tutto, erano prodotti in un mondo che non era esattamente pre-Internet, ma pre-Gutenberg. Tutto il materiale di lettura veniva copiato laboriosamente a mano. L’antico equivalente della macchina da stampa era un battaglione di schiavi, il cui lavoro era quello di trascrivere una ad una molte copie di Virgilio, Orazio o Ovidio in numero tale da soddisfare il mercato Romano. Ed il mercato era piuttosto vasto. La Roma Imperiale aveva una popolazione di almeno un milione. Facendo una stima prudenziale del livello culturale, possiamo dire che i lettori nella città potevano essere essere stati più di 100.000.”
Dopo questa premessa l’autrice passa alla descrizione del libro antico, formato da un rotolo che scorreva avvolto fra due bastoni, ovviamente con tutti gli inconvenienti relativi. Basti pensare alla difficoltà di tornare indietro
per ritrovare una frase o una parola. Il confronto con il moderno Kindle, il lettore di ultima generazione che sta sostituendo il libro stampato è del tutto improponibile, tale è la differenza nell’uso pratico.
Ed ecco un altro approfondimento sulla situazione finanziaria degli autori.
“Come Marziale molti scrittori Romani sapevano bene che i loro scritti andavano a finire nelle tasche dei librai, che spesso abbinavano al guadagno derivante dalle vendite, quello derivante dalle copie, per cui essi svolgevano una funzione doppia, cioè di editori e distributori. Quando andava bene l’autore riceveva dal rivenditore una somma modesta per i diritti di copia del suo lavoro. E, una volta che il testo era passato di mano, non c’era verso di bloccare le copie pirata.
Orazio, il tranquillo poeta dell’Imperatore Augusto, fece questo ovvio confronto: gli editori erano i ricchi ruffiani dell’editoria Romana, e gli autori , o persino gli stessi libri, erano le prostitute che lavoravano sodo, umiliate.
Da considerare che Orazio non se la cavava male con i suoi scritti. In assenza di royalty, egli, al pari dei più noti autori a Roma, fu preso sotto l’ala protettrice di un “patron”, quella di Mecenate, ministro non ufficiale della cultura di Augusto, che gli regalò una casa.”
Un interessante accenno alle librerie di Roma ci presenta varie novità degne di nota. La Beard infatti spiega che “le librerie di Roma erano sistemate in certe strade particolari. Una di queste era il Vicus Sandalarius, non lontano dal Colosseo (comodo per chi praticava i giochi gladiatori). Qui si potevano trovare gli esterni dei negozi tappezzati di annunci e nuvolette con i titoli di opere in cantiere, spesso arricchiti con alcune citazioni tratte dai libri del momento.
Marziale, infatti, una volta disse a un amico di non avventurarsi all’interno, dal momento che qui si potevano leggere tutti i poeti sulle facciate delle porte. Per coloro i quali vi erano entrati, c’era un posto per sedersi e leggere, con schiavi a disposizione per fornire rinfreschi non diversamente da un bar di una moderna borgata. C’erano persino, per i collezionisti, tesori di seconda mano da portar via a buon prezzo. Un accademico Romano raccontò di aver trovato una vecchia copia del II libro dell’Eneide di Virgilio - ma non una semplice copia vecchia, ma proprio una copia originale appartenente a Virgilio.
Storia probabilmente inventata, ma che dimostra come fosse possibile acquistare con una piccola fortuna un’opera che valeva qualcosa di più di due stipendi di un anno di un soldato.”
Seguono vari dettagli sul costo dei libri, per esempio su quelli a prezzo scontato che si spiegava col fatto che il testo era zeppo di errori dovuti alla fretta degli amanuensi. Oppure libri il cui costo era equivalente alla somma occorrente per sfamare un intero anno una famiglia di quattro persone. Non mancano notizie sul lancio delle novità librarie, sulle quali sono riportate varie citazioni tratte da Plinio. A Roma erano di moda persino i premi letterari, prendendo spunto dal famoso contrasto fra Omero e Esiodo, che fu vinto da Esiodo con la lunga poesia “Le Opere e i Giorni” sulla conduzione di una fattoria, ritenuta più utile rispetto all’Iliade.
Concludo il discorso raccomandandovi la lettura dell’intero saggio che merita tutta l’attenzione possibile da parte dei cultori del mondo antico e soprattutto della civiltà Romana che presenta innumerevoli lati degni di nota per un lettore moderno. Personalmente l’ho letto e riletto con vero piacere, apprezzando molto sia lo stile dell’autrice, che io conoscevo già, sia le novità esposte. Una vera perla letteraria, insomma.

Taras66








