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Come si nutrivano i Cristiani che vivevano nelle catacombe?

Come si nutrivano i Cristiani che vivevano nelle catacombe? Ebbene, questa non è una domanda oziosa o fuori luogo, anzi è più che legittima se si considerano le condizioni abbastanza disagiate della gente che si era rifugiata nelle catacombe per sfuggire alla persecuzione e alle vessazioni continue nei loro confronti. Anch'io mi ero posto un quesito del genere tempo fa, ma non ero mai stato in grado di trovare una fonte che soddisfacesse la mia curiosità. Finalmente, dopo tanti anni, ho trovato la risposta in un articolo pubblicato nel 2009 dal britannico Sunday Times. E' il risultato di una ricerca molto approfondita condotta da un team di specialisti nella catacombe romane di S. Callisto, uno dei complessi più vasti esistenti nel sottosuolo di Roma.

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A fishy tale of Christianity in Ancient Rome

Il racconto del Cristianesimo nell’antica Roma basato sul pesce

servizio a cura di Norman Hammond, corrispondente di Archaeology

Nella antica Roma i leoni mangiavano i Cristiani, o almeno così si diceva. Ma i Cristiani cosa mangiavano? Parecchio pesce secondo una recente ricerca sulle ossa recuperate nelle catacombe romane.

“Le abitudini alimentari dei primi Cristiani a Roma sono molto più complesse di quanto si supponeva in base alla tradizione”, sostiene Leonard Rutgers e i suoi colleghi nel The Journal of Archaeological Science. Il loro lavoro si è basato sull’analisi di 22 scheletri trovati nelle catacombe di San Callisto sulla Via appia, un’area utilizzata dal 3° al 5 secolo d. C. (sebbene alcuni scheletri siano stati datati col metodo del radiocarbonio al 2° secolo).

Le catacombe Romane raggiungono un totale di circa mezzo milione di tombe, e quello di San Callisto è un complesso fra i più estesi di caverne sotterranee collegate fra di loro. La regione Liberiana di questa catacomba “consiste in un intrico di gallerie sulle cui pareti furono ricavati dei loculi con mensole singole che si allungano all’infinito con cumuli di almeno 8 tombe”, dichiara Rutgers . C’erano anche delle monumentali camere tombali (cubicula) , contenenti ciascuna fino a 50 tombe scavate nel terreno vulcanico.

Una metà dei campioni sono stati presi dai loculi, e una metà dalle sepolture dei cubicula. La stato di conservazione delle ossa era precario, tale da rendere difficile l’individuazione del sesso e dell’età, anche se la persona era chiaramente anziana, tra 82 e 85 anni all’epoca del decesso; ma c’era anche un bambino in età da latte di circa 2 anni.

Il collagene, la parte organica dell’osso, era preso generalmente da un osso delle dita, e in pochi casi da dita o ossa degli arti. Queste analisi si facevano per il contenuto di un isotopo stabile di carbonio e azoto: questi elementi sono buoni indicatori della dieta. La maggior parte dei campioni avevano più o meno gli stessi livelli isotopici, dando la conferma che le persone sepolte nella zona Liberiana della catacomba costituivano una popolazione singola e suggerendo che in linea di massima queste persone avevano accesso allo stesso genere di risorse alimentari,” a quanto risulta dai rapporti del team.

Dal confronto dei risultati della catacomba con altri siti in Italia e nell’area del Mediterraneo occidentale, quanto più alto è il contenuto di azoto e più basso quello del carbonio, indica il consumo di acqua dolce. Il contributo di tale pesce nella dieta dei primi Cristiani a Roma si aggira fra il 18 e il 43 %, con una media del 30%. Sebbene si tratti di una media sorprendentemente alta, il pesce era ancora un supplemento a una dieta terrestre che poteva includere carne di pecora, capra e vitello, insieme a cereali, frutta e verdura.

Lo scheletro di un bambino evidenziava il più alto contenuto di azoto, ovvero il 13,5
in confronto al 10,5 e all’11,5 riscontrato negli adulti. Ciò suggerisce che il bambino era ancora allattato al seno all’età di 2 anni, in piena concordanza con la prova archeologica di altre fonti che indica un’età media per lo svezzamento che si aggirava fra i 2 e 4 anni a Roma.

Da sottolineare che, mentre si distanziavano dai tabù ebraici sul cibo e in genere evitavano carne derivata da sacrifici pagani, i primi Cristiani in via di ipotesi si cibavano degli stessi alimenti dei loro contemporanei Romani non cristiani.. In un più ampio contesto di ciò che è generalmente noto sulle abitudini alimentari Romane, la presenza del pesce d’acqua dolce rappresenta un elemento inatteso di conoscenza e solleva delle domande persino circa le origini sociali del Cristianesimo.

Se i Romani in genere odiavano il pesce, si sa che essi preferivano il pesce di mare. Il pesce d’acqua dolce non era ritenuto un ingrediente essenziale per la classica dieta Romana. A questo proposito nell’anno 301 d.C. un editto dell’imperatore Diocleziano sui prezzi cercava di fissare il prezzo di costo del pesce d’acqua dolce da una metà circa a 1 terzo dell’equivalente marino, tanto che persino il povero poteva mangiarlo. Il pesce Romano probabilmente proveniva dal Tevere e sarebbe stata una fonte di proteine gratuita o a buon mercato.

Su queste basi, Rutgers e i suoi colleghi concludono che “a giudicare dalla piccola selezione dei primi Cristiani sottoposti ad analisi, essi erano gente semplice, e l’inclusione del pesce di acqua dolce è indicativo della modesta condizione economica, più che di un comportamento motivato da convinzioni religiose. Il pesce, peraltro, è importante nella iconografia del Cristianesimo primitivo, al punto che l’elemento religioso e secolare probabilmente si incrociavano.”

From The Journal of Archaeological Science 36: 1127-1134

Tradotto da Vittorio Todisco

Servizio pubblicato da TIMES/SUNDAYTIMES con il titolo A fishy tale of Christianity in Ancient Rome