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A Voyage round my Father

Derek Jacobi mattatore della commedia di gran successo nel West End. Ma è sufficiente un grande attore per assistere a un grande spettacolo?

Ho visto un uomo morire. Forse la più bella morte a cui io abbia mai assistito…tranquilli, naturalmente stiamo parlando di teatro! Il fautore di questo momento di rara credibilità scenica (e vi parla una persona che non condivide il naturalismo tout court) è uno dei più grandi attori inglesi: Sir Derek Jacobi. L’attore quasi settantenne è stato tra i protagonisti di film quali Hamlet per la regia di Kenneth Branagh o Gosford Park di Robert Altman, e soprattutto è un epigono della scena teatrale inglese da più di quarant’anni: tra i fondatori nel 1963 della National Theatre Company a fianco di Laurence Olivier, Jacobi ha calcato i più prestigiosi palcoscenici, a partire dalla collaborazione con la Royal Shakespeare Company per approdare fino a Browdway (con The Suicide di Nikolai Erdman).




Derek Jacobi

Fino al 16 Dicembre e possibile ammirare questa leggenda vivente al Wyandham’s Theatre (West End) in A Voyage Round My Father di John Mortimer; per essere sinceri lo spettacolo – una commedia brillante, almeno a detta della presentazione – è una pièce poco appassionante, animata da bravi attori ma senza particolari picchi di genialità da parte della regista Thea Sharrock: è la messa in scena di un complesso rapporto padre-figlio basato su sentimenti mai espressi e conflitti mai emersi, che va dalla fanciullezza del protagonista fino alla morte dell’amato e odiato padre. Lo spettacolo scorre abbastanza fluidamente, ma tradisce un’inconsistenza drammaturgica che rema anche contro gli attori, e lo stesso Jacobi a volte sembra arrancare di fronte alla labilità del testo, lui, abituato alle parole divine del Bardo. Ma a pochi minuti dalla fine il suo personaggio muore nel sonno, accasciato nella sua sedia a rotelle: dapprima il suo respiro si fa irregolare e pesante, il suo viso si contrae e si raggrinza in una smorfia di dolore, poi lentamente i tratti del volto si rilasciano e s’immobilizzano in un’espressione pacificata ma stanca, il respiro si fa flebile fino a interrompersi nel profondo silenzio. Quell’uomo sulla scena in pochi minuti è invecchiato di decine di anni e poi, semplicemente, senza la necessità di contorcersi platealmente in proscenio alla ricerca dell’effetto che chiama l’applauso, è morto. Scusate se batto insistentemente su questo punto, ma io in quel silenzioso e dignitoso spirare ho riconosciuto tutta l’esperienza e l’arte di quell’attore eccezionale. Solo per quei pochi istanti lo spettacolo merita di essere visto.



Derek Jacobi

Nonostante la bella interpretazione di Jacobi, questo lavoro è l’ennesima conferma che gli spettacoli di prosa londinesi molto spesso sono sopravvalutati; molti critici di nuova generazione urlano da tempo questo dato di fatto, ma il pubblico inglese sembra non curarsene, continuando ad assistere placidamente a spettacoli che spesso risultano quanto meno vetusti: attori dalle belle voci impostate che parlano l’uno all’altro attorno ad un tavolo, o sorseggiando un tè, o vagando per la scena in cerca del divano più vicino su cui potersi sedere di nuovo per poi alzarsi, fare una passeggiata verso il fondo e poi lasciare la scena…quantomeno scontati. Ma è la norma per le well-made-plays che riempiono i cartelloni dei grandi teatri, e la presenza di grandi attori come protagonisti non è sufficiente per ravvivare questo stile di messa in scena; uno degli spettacoli più noiosi a cui ho mai assistito è stato Brand di Ibsen interpretato da Ralph Finnies: pur rimanendo incantati dal carisma dell’attore e riconoscendone il virtuosismo, gli sbadigli echeggiavano spietati nella sala. Pare invece che Patrick Swayze in Guys and Dolls (ma è un musical, ed è tutta un’altra storia) sia eccezionale… vi farò sapere.

( Articolo di Luisa Ricci )