
Il prof. Franco Nembrini è legato a Dante come Dante lo era a Virgilio: da «lungo studio e grande amore». E’questo legame che dà alla sua interpretazione una grande libertà, che è al tempo stesso fedeltà e rigore. Venne folgorato dai sublimi versi danteschi all’ età di 11 anni quando, gravato dal doppio peso della fatica e della lontananza da casa, gli tornarono alla mente i due versi in cui a Dante si predice l’esilio: “proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salire per l’altrui scale”. In quel momento, intuì, non senza viva commozione, l’inter-esse dell’Arte, che ha la pretesa di essere universale, perchè parla a tutti indistintamente, essendo imbevuta della storia personale di ognuno. Come scriveva Ugo Foscolo, infatti, Dante “descrive tutte le passioni umane, tutte le azioni, i vizi e le virtù. Li colloca nella disperazione dell’Inferno, nella speranza del Purgatorio, nella beatitudine del Paradiso”, esaltando il valore dell’individuo, la sua volontà e libertà, messa costantemente a dura prova, di scegliere tra il Bene ed il Male.
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Il tema del destino è evidenziato dal ricorrente riferimento alle “stelle”. La parola, spia lessicale che evidenzia il rapporto con Dio, indica il moto mai pago di elevarsi oltre i propri limiti per conoscere la verità. Ogni movimento dell’uomo esprime l’unico grande de-siderio: il movimento del creato verso il proprio destino. Non è un caso che ogni cantica si conclude con il richiamo alle stelle. L’uomo è in rapporto con esse perché capace di vedere, di fissare lo sguardo. La santa protettrice di Dante, infatti, è Santa Lucia (luce), la patrona della vista, perché tutta la libertà dell’uomo si gioca su ciò che lui riesce a mettere a fuoco. “La vita è essere evocati, vocati, chiamati. La vita è vocazione, cioè se tu guardi le cose, le cose urgono ad un significato, chiedono una risposta a te, la realtà ti chiama”. Dante offre un salvifico punto di fuga: solo attraverso uno sguardo prospettico l’uomo acquisisce spessore e profondità, riuscendo a cogliere di essere segno, simbolo di qualcosa che lo trascende. Nel mistero dell’Essere “che move il sole e l’altre stelle”, il cuore ritrova l’obiettivo della vita, da cui, troppo spesso, la paura della morte lo di-verte. Lo sguardo dantesco con-verge, invece, attraverso una sorta di magnetismo mistico ed al contempo intessuto di realtà, su ciò che è essenziale, con-vertendoci nell’abbraccio di Dio, nell’abbraccio della verità.
N.B.: L’ultimo incontro sulla cantica del Paradiso si terrà nella chiesa di Sant’Ignazio di Roma (via del Caravita, n°8) domenica 25 marzo alle ore 21.
( articolo di Erika Eramo )

Elettra Cecilia









