
Mercoledì 20 giugno si è spento a Roma, all’età di 84 anni, il grande regista, scenografo e costumista Luciano Damiani. I giornali gli hanno dedicato per un paio di giorni un’interminabile, ampollosa fila di titoli e meriti che lo hanno reso famoso soprattutto grazie alla lunga e controversa collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano e Giorgio Strehler. Nessun cenno alla sua trentennale attività di regista nell’onirico Teatro di Documenti, oscuro gruppo di grotte seicentesche all’interno del Monte Testaccio, i cui lavori di sistemazione egli stesso supervisionò per oltre sei anni, fino ad approdare ad uno spazio scenico composito dove la sua mente immaginifica potesse finalmente, in piena autonomia da mode, leggi di mercato e imposizioni politiche, «fare teatro».
Le idee mi vengono di notte, mentre dormo. La mattina, quando mi sveglio, mi metto al tavolo di disegno e sono già lì: le idee prendono forma sulla carta. – Lo scomodo, burbero, incompreso genio dai capelli bianchi soleva spiegare con queste parole il processo creativo delle sue invenzioni registiche. Eh già, perché per lui gli attori erano come le sue scenografie: corpi nello spazio da adattare di volta in volta a situazioni fortemente evocative, mai realistiche, e con cui suggestionare il pubblico alla stessa stregua del luogo magico che ospitava le loro performances.
Visionario, perfezionista, rompiscatole, per Damiani il vero teatro era quello delle marionette; la vera recitazione quella frammentaria; il vero personaggio così poliedrico da non poter essere affrontato da un solo interprete ma da più attori contemporaneamente, in un’alternanza vertiginosa di battute e movimenti.
I suoi spettacoli avevano il potere allucinatorio delle pellicole felliniane; il fox-trot – bizzarra cifra stilistica dei suoi ultimi lavori – il potere ipnotizzante di tam-tam fuori dal tempo; i due spazi scenici della Sala Avorio e della Sala Argento, il potere assuefante di una mente fantastica.
Cosa resterà dei suoi bozzetti, del suo laboratorio, del suo teatro impossibile, noto solo a pochi eletti e a qualche passante distratto che per puro caso, attraversando via Zabaglia, scostando le edere e gli oleandri, scorgeva una locandina enigmatica dal titolo colto o scurrile, scoprendo così, proprio accanto ai locali notturni più modaioli dell’antico quartiere romano, un posto tanto improbabile come il Teatro di Documenti?
Con Damiani se ne va un pezzo importante della storia dell’arte e del teatro italiano ed internazionale. Senza Damiani, quella fucina di sogni infrattata in una montagna urbana assumerà per molti la suggestione ineffabile di un museo silenzioso, dove le maschere, i manichini, i soggetti delle foto di un’intera vita spesa per le scene, occhieggeranno mute e riverenti dalle loro teche labirintiche.
Ti abbiamo salutato alla tua maniera, Luciano, noi che ti abbiamo conosciuto: nella camera ardente allestita in teatro insceneremo un rito di commemorazione leggendo brani tratti da Frammenti di Sipari, la tua autobiografia.
Addio Luciano, burattinaio di sogni.
( articolo di Vanessa Sacco )

Elettra Cecilia








