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Paul Gauguin: artista di mito e sogno

Gauguin ed il desiderio dell’altrove. La mostra “Paul Gauguin: artista di mito e sogno” ripercorre il desiderio dell’artista di approdare ad una perduta e mitica Età dell’Oro. La freschezza dell’arte primitiva lo aiuta a soddisfare la sua ansia di purezza e di innocenza.

L’esposizione “Paul Gauguin: artista di mito e sogno”, allestita fino al 3 febbraio al Complesso del Vittoriano, comprende 150 opere tra oli, disegni, sculture, ceramiche e pregevoli opere su carta del grande artista francese, mettendone in risalto l’esotismo colto ed eclettico che lo portò a vagheggiare una mitica Età dell’Oro. Nonostante la fama di esploratore instancabile Gauguin non visitò mai direttamente l’Italia, anche se è debitore, sia in termini concettuali che figurativi, alla tradizione classica della Roma antica. Era anche ammiratore di Giotto e Cimabue, Raffaello e Botticelli: dalle riproduzioni delle loro famose opere d’arte traeva, come sottolinea Francesco Rutelli, “stilemi e figure con spregiudicatezza quasi post-moderna, alterando impunemente proporzioni, colore e disposizione delle figure prese a prestito. Le sue donne hanno la grazia delle Veneri di Giorgione e Tiziano, l’olimpica ieraticità delle sculture classiche; le sue composizioni evocano un’elusione delle regole prospettiche, dalla Primavera botticelliana o dal Raffaello della Scuola di Atene. E’ l’utilizzo del medium fotografico e delle stampe del diciannovesimo secolo a consentire a Gauguin di fare a meno di visitare i musei, come facevano, invece, Manet, Degas o Cézanne, che lui tanto ammirava”. L’ambiente esotico, il tipo fisico Maori delle figure, la linea che contorna sinuosamente le forme, il colore steso in modo quasi piatto, sono gli elementi che caratterizzano lo stile di un artista ribelle, alla perenne ricerca di posti e culture incontaminate, aliene da ogni sovrastruttura urbana perchè in diretto contatto con i grandi misteri della vita e della morte: “Troverete sempre una linfa vitale nell’arte primitiva. Nell’arte di una società civilizzata, ne dubito!”. Questa strenua volontà di cogliere il nocciolo duro dell’esistenza per non adeguarsi al conformismo borghese susciterà l’ammirazione dell’amico Van Gogh, il quale pronuncerà la famosa profezia mai smentita: “Credo alla vittoria di Gauguin!”. Varie delusioni a cui si sommò il fallimento del matrimonio con la danese Mette Gad lo fecero reagire con creazioni immaginifiche piene di amara dolcezza: “L’arte è un’astrazione, cavatela dalla natura sognandovi davanti e pensate alla creazione, è il solo mezzo di salire verso Dio, facendo come il Divin Maestro, creando”. L’artista passò dal naturalismo ispirato a Degas all’impressionismo, approdando al sintetismo simbolista e decorativo, alla base del quale ci sono il primitivismo espressivo della scultura bretone, il cloissonnisme delle vetrate gotiche e le stampe giapponesi. I suoi soggetti preferiti rimangono le donne indigene, le quali pregano, si danno alla conversazione, cementando i legami affettivi e familiari e richiamando alla mente un idillio pastorale ed arcadico antecedente all’avvento della modernità, schiava del consumismo. Una sezione della mostra è dedicata agli amici pittori Emile Bernard, Paul Sérusier e Jacob Meyer de Haan, con i quali lavorò in sodalizio a Pont Aven, in Bretagna dal 1886 al 1890 (in questi anni si colloca la convivenza con Van Gogh, esperienza che lo segna nel profondo come dimostra l’enigmatico “I Girasoli”). La prima monografica del maestro francese a Roma è un’occasione irripetibile come dice Walter Veltroni “per considerare in situ le radici romane dell’opera di Gauguin, il suo debito nei confronti dei miti del passato. Gauguin appartiene, quindi, alla Francia ed al Pacifico, ma è anche, in un certo modo, figlio di Roma.” (articolo di Erika Eramo).