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Il Padre de li Santi - ovvero i monologhi del cazzo

“Il Padre de li Santi - ovvero i monologhi del cazzo” del drammaturgo Luigi Lunari è l’esilarante controcanto a “I monologhi della vagina”. Il testo, per la regia di Luciano Damiani ripresa da Danilo Gattai, è in scena al Teatro dei Documenti fino al 23 dicembre.

“Non credo ci sia bisogno che io mi presenti! Se siete qui, avete visto i manifesti, se avete letto il programma..sapete benissimo chi sono. “Il padre de li santi”! Certo: anche i santi nascono perché io, a un certo punto ho fatto -con “la madre de li santi”- quanto occorre perché nove mesi dopo..nasca..che? Un santo? Un santo o un delinquente, o un uomo qualsiasi, come quasi tutti voi -uomini e donne- seduti in platea..Okay: sono il C….! Va bene così? Il Padre de li santi”. Così esordisce il protagonista di questa divertente e irriverente commedia il quale, stanco di essere nominato troppo spesso a sproposito, finisce sul lettino della psicanalista che tenta di restituirgli un po’ di sano buonsenso. Nasce così un confronto serrato con la sua amica/nemica -la femmina ed il corrispettivo apparato genitale, “quella dantesca porta dell’inferno”, davanti alla quale si fa cogliere, forse im-memore d’uno shock infantile, dallo stesso orrore di Prometeo davanti all’aquila famelica. Partendo dalla celebre e omonima poesia di Giuseppe Gioacchino Belli, Il padre de li santi, attraverso divertenti filastrocche (“E’il cazzo che s’impiccia ma sono i coglioni che accendon la miccia”), orecchiabili canzoncine (“Sono il cazzo seduttore, il mio stato è l’arrappato e la mia regola è la fregola”), excursus storici e storielle mitologiche tratte dal libro del ‘500 “La Cazzaria” (le simpatiche rivendicazioni delle donne che vorrebbero i loro uomini dotati almeno quanto i cavalli o gli elefanti, con l’icastica conclusione di Zeus “o un grande banchetto una volta l’anno o una merendina ogni giorno, quel poco che passa il convento”), fanno capolino mano mano serie e destabilizzanti riflessioni, tra cui la tirata del Cazzo Pedofilo. Pervasa da una vis comica raffinata, senza volgarità gratuite, la pièce, definita da Lunari “il suo peccato di vecchiaia”, è secondo la scrittrice Marilena Menicucci una “rivisitazione della storia dell’umanità, della cultura, del linguaggio e del costume, condotta con lo sguardo del membro virile, che parla di sé e del mondo con ironia, svelando certezze, dubbi, verità, perversioni, debolezze, alla ricerca di sé”. Vengono utilizzati gli oggetti quotidiani e trasformati in opere d’arte (lo stand da sartoria utilizzato capovolto e ornato con i frammenti degli specchi rotti del teatro di documenti, forse a scongiurare 7 anni di guai), con richiami alla scultura cinetica dei Mobiles di Calder, all’art brut di Dubuffet, al ready-made di Picasso ed alle immagini-verba dadaiste di Duchamp. Il dondolo-pendolo, la psicanalista con il suo antagonista, per usare le parole di Damiani, richiamano l’universo maschile e femminile che ondeggiano, sottintendendo l’idea del doppio, filo invisibile che si dipana per tutto lo spettacolo grazie ai quattro interpreti: Florigio Lista, Sara Rutigliano, Vanessa Sacco e Danilo Gattai. Quest’ultimo, anche regista, così ne parla: “Allusiva e corrosiva, volutamente provocatoria, insolente o drammaticamente tesa, a tratti intimistica, la recitazione dei quattro interpreti è una serrata lotta di ritmi e accenti che incalzano con una costante ambiguità espressiva l’intreccio tra maschile e femminile”. Nella splendida cornice scenografica del Teatro dei Documenti al Testaccio, definita da Vittoria Ottolenghi “uno spazio arcano e inquietante che fà pensare alla metafora della vita”, vengono rotti i limiti imposti dalla struttura architettonica delle sale tradizionali: “In questo spazio, agibile tridimensionalmente, il pubblico è stimolato a condurre un’esperienza che lo vede impegnato anche nella dimensione dell’attore”. (articolo di Erika Eramo)