Giorgio Albertazzi in “Moby Dick”

Giorgio Albertazzi: un Achab umano, troppo umano, diretto dal versatile ed innovativo Antonio Latella. Al teatro Argentina di Roma fino al 16 dicembre lo spettacolo ispirato al romanzo di Melville “Moby Dick” nell’originale elaborazione drammaturgica di Federico Bellini.

Il Capitano Achab sale sulla Pequod, alla febbrile ricerca di Moby Dick, la balena bianca che anni prima, nel corso di una caccia, “gli aveva falciato la gamba, come un mietitore fa d’uno stelo d’erba in un campo”. Nella lotta contro la balena perisce insieme a tutti i suoi uomini. Tutti tranne uno: Ismaele che, in grado di “corteggiare l’acqua senza ac-caderci dentro”, vivrà per raccontare la loro storia. Dopo la famosa edizione del 1992 allestita da Gassman e alla quale partecipò come attore, Antonio Latella ritorna alle avventure descritte da Melville mettendo in scena le sue ossessioni d’autore: il linguaggio, intessuto di rimandi allegorici, il viaggio (verso la “virtute e conoscenza” di dantesca memoria, passando attraverso il modello di pentimento di Giona) ed il corpo, la carne, intesa come universo da conquistare. Il suo Achab, figura archetipica, più che un uomo di mare sembra un letterato chiuso nella sua stanza piena di libri. Non c’è lotta con la balena se non dentro il suo animo tormentato che nel finale cede il passo alla stanchezza, al dubbio amletico che lo rende “finito”, predestinato al fallimento. Dopo aver proferito “il resto è silenzio”, a constatare l’inadeguatezza e disfatta della parola, si lascia andare a quell’ “essere o non essere” che è la domanda rimasta ancora irrisolta sul limitare di una morte incombente. C’è chi vede in Moby Dick la materializzazione del male, chi come Federico Bellini “l’enigma dell’esistenza”. Albertazzi a tal proposito ha dichiarato: “La Balena Bianca rappresenta l’assoluto, è tutto ciò che sta fuori dalle regole, è la soglia oltre la quale sei destabilizzato, perché hai cercato oltre i confini consentiti. E’ anche la donna che manca tra questi uomini che vanno in mare, e il suo dorso bianco è un bacino femminile in cui affogare”. Antonio Latella ha affrontato questo impegnativo lavoro teatrale come “un vertiginoso giro di valzer tra la vita e la morte”, sottolineando la profonda differenza scenica tra Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi: “A differenza di Gassman che interpretava un Achab fisico, potente, che lottava contro la balena proprio come faceva contro la vecchiaia che voleva sconfiggere, Albertazzi ci gioca con la vecchiaia: il suo corpo è un’enciclopedia vivente, si regala con umiltà senza alcuna supponenza. Parla, non enfatizza, tende a sublimare, è un uomo che non ha più bisogno di recitare le parole, poiché è nel suo essere che c’è la parola..è come una tigre sospesa nel nulla”. La magia del suo teatro si evince in questo caso da una doppia sincronicità: la prima è che il personaggio di Achab viene interpretato da lui proprio ora che la sua gamba sinistra non obbedisce più come una volta; la seconda, invece, è che ad interpretare Ismaele, colui che conserva la memoria, è Marco Foschi, a cui Albertazzi riconosce una animalità simile alla sua da giovane ed un talento straordinario. La sequenza finale, quella dell’abbraccio tra i due attori, è indimenticabile: un dialogo tra due generazioni a confronto che sembra anche un passaggio di testimone tra il maestro e l’allievo, indicato infatti come suo erede. (articolo di Erika Eramo).

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