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C.S.Lewis ed il mito di Narnia

L’incontro del 13 gennaio, tenuto al teatro Universal da Andrea Monda ed Edoardo Rialti su “Il mito, la realtà e l’umorismo in C.S. Lewis”, ci dà modo di cogliere il risvolto cristiano dello scrittore delle Cronache di Narnia.

Il 13 gennaio al teatro Universal c’è stato il secondo ed ultimo incontro sulla tematica dell’uomo e l’infinito, organizzato dall’associazione culturale Paola Bernabei Onlus. Andrea Monda ed Edoardo Rialti, appassionati conoscitori di Clive Staples Lewis, hanno deliziato il pubblico parlando del grande scrittore di fantasy. In lui l’amore per le saghe nordiche cessa di essere verità astratta, trasformandosi in esperienza concreta e spontanea testimonianza del sacro. Nel film, uscito un paio d’anni fa, tratto da uno dei suoi romanzi più famosi, “Le cronache di Narnia”, non si può non ritornare bambini, precipitando in una landa magica popolata da animali parlanti, nani, fauni, centauri e giganti. Qui il mito diventa, per usare le stesse parole di Lewis, “l’istmo che collega il mondo peninsulare del pensiero al vasto continente a cui davvero apparteniamo”. Durante la seconda guerra mondiale, i quattro fratelli Pevensie, Peter, Susan, Edmund e Lucy, per sfuggire ai bombardamenti notturni di Londra, si trasferiscono nell’abitazione di un vecchio professore. E’ la più piccola ed ingenua dei quattro, Lucy, a infilarsi nell’armadio-guardaroba della casa (gli altri, più adulti, inizialmente non vorranno-potranno vedere) ed a trovarvi (come la Alice di Carroll, che precipitando in un tronco d’albero o attraversando lo specchio entra in un’altra dimensione vicina e remota allo stesso tempo) una porta d’accesso nel meraviglioso mondo innevato in cui Jadis, la malvagia Strega Bianca, ha instaurato il suo potere, gettandovi l’incantesimo del gelo eterno. Una profezia di cui i quattro sono inconsapevoli protagonisti li renderà gli eroici fautori della salvezza del regno, con l’aiuto di Aslan, legittimo sovrano. Non è un caso che la protagonista è la più legata al mondo dell’infanzia e quindi della fantasia, l’unica in grado di dare la giusta chiave di lettura, quella che, per dirla con Coleridge, sospende l’incredulità. Chesterton scriveva che, al contrario del mondo cristiano, “il mondo pagano come tale non avrebbe mai dato più importanza al bambino che all’adulto. Nel mito di Peter Pan avrebbe preso in considerazione Peter, non Pan”. Nel film l’incipit bellico trova il suo rimando nella grande battaglia finale tra le forze del Bene, capeggiate dal fiero leone Aslan e quelle malefiche della Strega Bianca, algida quintessenza della perfidia stregonesca (nonché rivisitazione moderna della Regina delle Nevi di Andersen), come a sottolineare l’inevitabile destino guerresco che incombe sui quattro giovani protagonisti, i quali si ritroveranno di fronte alla medesima situazione da cui erano fuggiti: un mondo quasi completamente dominato da un potere che toglie ogni libertà (chi si ribella viene pietrificato) e l’obbligo di scegliere da che parte schierarsi, con chi esercita il comando o con chi vuole ribellarsi. La forza della trasposizione cinematografica risiede nel senso ritmico della regia, puntuale e sapiente nel calibrare tensione e dolcezza, e sempre attenta a mostrare il religioso senza essere didascalica. Si colgono infatti chiare simbologie cristiane, tra cui quella del potente, buono ed indecifrabile Aslan che, come Cristo, muore e resuscita per l’umanità. La grazia si può ricevere, ma non acquisire: “se lo comprendi non è Dio” affermava Sant’Agostino. Lewis infatti, libero ormai dalle zavorre razionaliste, si con-verte abbandonandosi con gioia alla fede cristiana: “aspira al Paradiso e lo avrai in terra, aspira alla terra e non otterrai nulla” dirà ai suoi lettori. Così l’incantesimo del gelo eterno viene rotto e, come Dante alla vista di Gesù, “la neve al cor si disigilla”.

(articolo di Erika Eramo)