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La riforma o la contro-riforma del mercato del lavoro?

Proviamo a capire, con spirito critico, la "filosofia" alla base della legge 30 e del decreto attuativo 276 del 2003.

Un giudizio sullo schema di decreto legislativo di attuazione della legge 30 non può iniziare se non dalla sottolineatura della grave scorrettezza di metodo seguita dal governo: averlo fatto approvare in Consiglio dei ministri significa aver di fatto blindato i testi che ora si sottopongono al confronto con le parti sociali.

Naturalmente la Cgil non ha mai avuto modo di conoscere i testi. Detto questo, il vero dramma è ovviamente nelle norme previste, che in alcuni casi sono del tutto «fuori delega», nel senso che non hanno alcuna giustificazione formale, perché alcuni temi fuoriescono dall’ambito della delega e dunque non sono ammissibili (ad esempio le norme sui disabili e le norme di natura previdenziale).

È comunque l’impianto complessivo che ha portato la Cgil ad annunciare lo sciopero di settembre prossimo con assemblee nei posti di lavoro con la predisposizione di momenti informativi, come quello di oggi, per spiegare a chi la vivrà sulla propria pelle i contenuti delle novità previste dal governo nella riforma Berlusconi e non nella riforma Biagi. Evitiamo di cedere, almeno noi, a questa vergognosa speculazione nel nome di Marco Biagi

La fine della contrattazione

Innanzitutto occorre precisare in premessa che per il legislatore non vi è differenza tra contratti firmati da tutte le organizzazioni comparativamente più rappresentative e accordi separati, con evidente incoraggiamento alle intese separate.

Inoltre tutte le materie demandate alla contrattazione saranno sotto la minaccia permanente, dopo 6 mesi in caso di non accordo, di un decreto ministeriale sostitutivo.

Non solo, ma tutti i rinvii alla contrattazione sono sempre riferiti sia al livello nazionale che a quello territoriale, con assoluta parità giuridica con il conseguente rischio di svuotare tutta l’architettura dei diritti dei lavoratori.

La rivoluzione del 68: le rinunzie e le transazioni

A mio avviso, la previsione più pericolosa dell’intero decreto è quella prevista dall’articolo 68 (ribadito anche nell’art.82) che prevede la possibilità di rinunce e transazioni sia rispetto alle disposizioni di questa legge, sia rispetto all’Art. 2113 del Codice Civile. Ciò apre la strada alla mercificazione del lavoro per legge ma se ciò non fosse bastasse, il datore di lavoro può costringere il collaboratore a rinunciare anche quei pochi diritti rimasti nella legge e tutto sarebbe perfettamente legale (come il falso in bilancio!)

I nuovi contratti “flessibili”

Sorvolo sul tema del nuovo collocamento e sul contratto di somministrazione per affrontare temi più strettamente legati ai lavoratori “atipici”. Nel decreto attuativo sono previsti alcuni tipi di contratto, in parte nuovi in parte di semplice peggioramento dell’esistente, prodotti dalla fertile fantasia dei legislatori. Fantasia che permetterà di raggiungere la quota di ben 44 tipi di contratto possibili, facendo diventare l’Italia il paese più flessibile d’Europa.

Il contratto a progetto..la fine dei cococo? No, ma la fine dei pochi diritti conquistati

La stampa e la tv hanno assecondato la favola del governo che con i contratti a progetto non ci saranno più abusi nell’utilizzo dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa. L’iniziativa in teoria è lodevole e noi la sosteniamo ma nella pratica avrà invece effetti devastanti per i lavoratori ed anche per le imprese!

Il solo annuncio della Legge ha già determinato diffusissime pressioni verso i lavoratori per costringerli ad aprire partita IVA, oppure a riposizionare la propria prestazione verso la collaborazione occasionale, o verso l’associazione in partecipazione ed ancor peggior nel ritorno al lavoro nero. Figuriamoci quando arriverà il più vantaggioso staff leasing.

Solo in alcuni casi sporadici, i datori di lavoro, per paura di controlli sull’utilizzo dei cococo, hanno proposto assunzioni di carattere subordinato.

ItaliaOggi, sempre molto solerte su questi temi, ha calcolato che il passaggio di un cococo ad un contratto a progetto aumenterà del 5% il costo del lavoro…dunque la lotta all’abuso è fallita in partenza ed aprirà la strada ad abusi ancora più gravi.

I contratti a progetto sposteranno questi lavoratori dall’area della parasubordinazione (per la quale eravamo riusciti in questi anni a costruire un discreta architettura di diritti) alla sfera del lavoro autonomo, e conseguentemente al venir meno di tutti questi diritti, in particolare l’assimilazione del reddito a quello di lavoro dipendente.

Questi lavoratori saranno costretti a pagare più tasse, non percepiranno più gli assegni familiari, perderanno la recente garanzia dell’indennità di maternità ritornando all’esiguo assegno di parto e tutti i diritti fondamentali in caso di malattia e infortunio contrariamente a quanto era annunciato nella legge delega approvata a febbraio.

Se davvero il governo vuole limitare gli abusi, allora il decreto deve indicare:

a) le regole di esecuzione della collaborazione;

b) chiarire cosa si intende per progetto, programma di lavoro e fasi di essi e prevederne la consegna al collaboratore;

c) escludere che si possa andare al di sotto dei compensi lordi globali stabiliti dai contratti collettivi del lavoro dipendente per prestazioni analoghe.

d) chiarire se alla scadenza del contratto questo si può prorogare, rinnovare, riavviare attraverso un altro progetto o programma anche identico e per quante volte si può riattivare un nuovo contratto.

Per difendersi, l’unica arma che ha il lavoratore è di dimostrare la subordinazione davanti al giudice,ma il decreto farà diventare ciò ancora più difficile (anzi impossibile) attraverso lo strumento preventivo della certificazione dei rapporti di lavoro.

Se veramente si vuole ridurre l’abuso e rendere efficace la norma della forma scritta è strano che tale forma valga solo ai fini della prova e non si faccia valere la nullità del patto non scritto e la trasformazione in contratto subordinato.

In tutto il mondo le forme di lavoro autonomo flessibile sono di gran lunga più costose, in Italia flessibilità significa risparmio sul costo del lavoro. Infatti se si rimanda a generiche affermazioni di compenso basato su “qualità e quantità del lavoro eseguito” o “sui compensi normalmente corrisposti al lavoro autonomo nel luogo dell’esecuzione” raramente esistenti o conosciuti dal collaboratore per le mansioni oggi in uso, è ovvio che si da la possibilità al committente di determinare il compenso in base alla sua convenienza economica.

Fino a quando ci sarà questo “dumping sociale”, i datori di lavoro si orienteranno sempre verso le forme di lavoro meno costose economicamente. Il divario contributivo tra il 14% per i cococo e il 33% dei dipendenti è altissimo. Ma tra pochi mesi le cose peggioreranno perché, come annunciato, la legge finanziaria aumenterà il contributo previdenziale al 19%, senza nessun allargamento delle tutele e delle prestazioni INPS.

Altra norma che rende “crudele “la cococo riguarda le modalità di recesso: il datore di lavoro può recedere in qualsiasi momento dal contratto mentre il lavoratore lo può fare solo per giusta causa. Va invece demandata alla contrattazione collettiva la possibilità di determinare eventuali termini proroghe e limitazioni, così come deve essere la contrattazione collettiva a determinare un equilibrio fra le parti contraenti nel definire regole e causali quadro entro le quali esercitare il recesso al contratto.

Infine resta l’assurdità che i cococo, per i quali la formazione continua è un fattore indispensabile anche per vedersi rinnovato il contratto, non abbiano l’accesso ai corsi di formazione continua ed aggiornamento professionale promossi e finanziati dalle istituzioni, come per gli altri lavoratori, ma, al contrario, si debbano pagare in proprio la formazione.

Ma la fantasia del governo si è spinta oltre ed ha concepito altri tipi di lavoro davvero “esilaranti”:

La prestazione di lavoro occasionale pagata con i ticket acquistati in edicola!

Il Job on call, ovvero il lavoro intermittente o a chiamata, con una fantomatica indennità di disponibilità che si eroga solo se si è promesso di rispondere a ogni chiamata del datore di lavoro, che sarà con 24 ore di preavviso, e perdendola in tutti gli altri casi, e naturalmente senza che l’indennità valga ai fini previdenziali o contrattuali.

Ma la vera perla del provvedimento è lo staff leasing (o «somministrazione di lavoro») che sostituirà il lavoro interinale (non a caso si abrogano gli articoli 1-11 della legge 196/97 che lo ha introdotto ma non viene prevista alcuna necessaria norma transitoria), potendo collocare sia a tempo indeterminato che determinato. D’ora in poi, interi reparti o funzioni potranno essere ceduti definitivamente ad agenzie di intermediazione, cui si aggiunge la prestazione temporanea. Cosa questo significhi in termini di elusione dei diritti (ad esempio quelli legati alle soglie dell’articolo 18), o anche di implosione del modello negoziale (con siti produttivi in cui operano lavoratori gestiti da imprese diverse, con contratti nazionali diversi applicati), è fin troppo ovvio immaginare.

Qui si tocca forse uno dei punti strategicamente più dirompenti dell’intero provvedimento e per questo andrebbe soppresso. Infatti si scinde in maniera strutturale il legame tra lavoratore dipendente ed impresa. Infatti, la somministrazione di manodopera a tempo indeterminato può portare a configurare l’impresa come il committente di un insieme di rapporti commerciali con terzi fornitori vuoi di materiali e prodotti, vuoi di manodopera.

Con ciò la base del diritto del lavoro viene messa in discussione, in quanto il lavoratore non diventa più portatore di istanze sociali, professionali e di tutela. Con questo provvedimento l’intero schema costitutivo del diritto del lavoro viene sostituito da un modello “commerciale” in cui ciascun attore sociale diventa un “fornitore” ed il lavoratore diventa e viene trattato come “merce”. Visto che il fornitore, in sostanza, ha l’interesse di ottenere dal “cliente” (impresa utilizzatrice) il livello più accettabile di remunerazione, ponendo definitivamente sullo stesso piano l’offerta di merci e l’offerta di lavoro. Il lavoro diventa quindi una merce qualsiasi che al pari delle altre può essere acquistata sul mercato senza nessun particolare vincolo da parte dell’impresa utilizzatrice.

Non solo, se collegato a quanto previsto in materia di trasferimento di ramo d’azienda, si configura la possibilità di un’infinita frazionabilità dell’impresa connessa alla cessione a terzi della somministrazione di lavoro, oppure la possibilità che nuove strutture di vecchie imprese possano realizzarsi esclusivamente o in modo prevalente attraverso questa strada, aggirando ad es. i vincoli dello Statuto dei lavoratori e/o della legislazione sociale.

In merito al lavoro condiviso o in coppia, in inglese job sharing, la nota esilarante riguarda l’individuazione di un solo voto disponibile per i lavoratori ripartiti in caso di referendum aziendale. Ma qui c’è poco da ridere.

Per quanto riguarda il part-time non sarà più obbligatorio il consenso del lavoratore, in mancanza di Ccnl, nel caso di lavoro supplementare o di spostamento in giornate diverse da quelle pattuite (addirittura lo schema prevede la possibilità, in caso di rifiuto, di erogare sanzioni disciplinari).

Il rischio che tutta questa pletora di contratti e l’abbassamento dei diritti porti a nuovi contenziosi è scongiurato grazie agli enti bilaterali, i quali hanno la funzione non solo di «intermediare lavoro», ma anche di certificarlo, il che significa che chi sta per essere assunto dovrà andare, con il suo datore di lavoro futuro, all’ente bilaterale per farsi sottoscrivere dallo stesso ente che il rapporto da instaurare avrà proprio quelle caratteristiche, e che si potrà andare in giudizio soltanto dopo aver rifatto lo stesso percorso, e che l’eventuale sentenza del giudice di conversione del rapporto avrà soltanto effetto da quel momento, e non dall’inizio. Il che, considerando la differenza di salario, diritti e coperture previdenziali, è un bel regalo alle imprese. Insomma la certificazione di rapporti sarà la tomba del diritto!