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Verso lo Statuto dei Lavori

Il mondo del lavoro cambia ed anche le leggi devono adeguarsi. Cosa significa che è ormai l'ora di approvare uno Statuto dei Lavori? Vediamo dov'è il trucco e perchè è meglio tenersi stretto il vecchio ma ancora efficace Statuto dei lavoratori.

In queste settimane si è tornati a parlare di Statuto dei Lavori. In un incontro presso il ministero del Welfare le parti sociali si sono visti esporre le intenzioni del governo in merito. La CGIL si è dichiarata disponibile a discuterne se e solo se verranno accolte le proprie proposte di legge per le quali ha già raccolto 5 milioni di firme. Considerati gli elementi in campo, questo governo e le sue politiche e i contenuti delle proposte della nostra organizzazione, ci sembra di intuire che non ci sarà alcun consenso allo Statuto dei Lavori o almeno ce lo auguriamo perché questa proposta puzza di truffa.

La prima volta, se non ricordiamo male, in cui si è parlato di Statuto dei lavori, correva il 1997 e l’anno successivo fu presentata la prima bozza predisposta in sede di Ministero del Lavoro da Biagi e Tiraboschi con ministro tal Tiziano Treu.

Innanzitutto le parole: Statuto dei Lavori, troppo banale il richiamo al nostro pilastro, lo Statuto dei Lavoratori ovvero la legge 300/70. Gli attacchi che ha subito in questi anni (dai referendum radicali alle proposte di sospensione dell’art.18) non ne hanno intaccato la sua forza eppure, in questi ultimi anni, anche a sinistra di parla di aggiornamento, di statuto vecchio, poco adatto alla realtà che cambia. Una legge-vestito per l’operaio-massa fordista subordinato a tempo indeterminato stile Cipputi. Oggi ci sono gli atipici, i nuovi lavori, i flessibili che non hanno le stesse tutele.
Guarda un po’ il pistolotto ce lo fanno proprio quelli che hanno promosso e incentivato la fuga dal lavoro subordinato….un sistema che ha creato un area del mercato lavoro dove si è protetti, tutelati e contemporaneamente hanno creato un area di sfruttati, di lavoratori-squillo, di lavoretti vari, collaborazioni e partite-iva che oggi non hanno alcun diritto e tutela..ecco che i due mondi messi a confronto….sembrano “i ricchi e poveri”. Ecco che qualcuno ha la “genialata”che ricorda un po’ Trilussa. Se alcuni mangiano due polli e gli altri restano digiuni allora i primi devono cedere un pollo agli altri…insomma se hai la legge 300/70 devi cedere qualcosa a chi ha l’art.409 c.p.c., comma3 cioè…NIENTE!

Ecco la ricetta: “la predisposizione di uno “Statuto dei lavori”, che operi un’opportuna rimodulazione delle tutele in ragione delle materie considerate, fermo restando un corpus di regole fondamentali applicabili a tutti i rapporti di lavoro” (Libro Bianco, p. X)

Si tratterebbe di mettere su carta principi già contenuti nella nostra carta costituzionale (se non cancellano in queste ore) e nella costituzione europea validi per tutti i lavoratori che svolgano prestazioni a favore di terzi. L’obiettivo però non è tutelare i lavoratori ma la concorrenza tra le imprese, arginando forme di competizione basate su fenomeni di dumping sociale come se il dumping creato sia un fatto naturale del mercato e non creato, come invece è, da leggi inique che consentono di lavorare per anni senza versare contributi, senza soglie minime per i compensi, sottoinquadrati e sottopagati per legge (vedi apprendistato, cfl, inserimento), ecc….

Lo Statuto dei lavori non è un progetto di estensione dei diritti per chi non è tutelato, anzi…ferme le regole fondamentali applicabili a tutti i rapporti di lavoro si immaginano campi di applicazione sempre più circoscritti e delimitati, operando un’opportuna graduazione e diversificazione delle tutele in ragione delle materie di volta in volta considerate a seconda delle tipologie contrattuali di volta in volta considerate. Dunque non si tratta di sommare al nucleo esistente delle tutele previste per il lavoro dipendente un nuovo corpo normativo a tutela dei nuovi lavori (ivi comprese le collaborazioni coordinate e continuative). Non si tratta quindi di estendere (come voleva la legge Smuraglia) l’area delle tutele senza prevedere alcuna forma di rimodulazione all’interno del lavoro dipendente. (Libro Bianco, p.39)

Ovviamente questa “modulazione” non sarà affidata alle legge ma all’autonomia collettiva e, udite..udite…. “individuale”. Lo Statuto dei Lavori sarebbe accompagnato dalla rinuncia definitiva all’art. 2094 ovvero alla definizione generale e astratta di lavoro subordinato sostituita da Testi Unici per ogni tipo di tutela. (Libro Bianco, p.40)

Infine, per consegnare alle imprese un nuovo sistema di gestione dei rapporti di lavoro, semplice ed agile, ecco la ciliegina sulla torta per imbrigliare definitivamente il lavoratore nella qualificazione del rapporto: la certificazione! (che, ahimè, è quasi realtà).

Non si riesce a comprendere perché uno strumento come lo Statuto dei Lavori che viene sbandierato dai più come modello normativo sa cui arrivare per estendere diritti a chi non ne ha si sia fino ad oggi concretizzato solo ed esclusivamente nella certificazione che è la tomba del diritto…mentre una cosa elementare, pur contenuta nella bozza, come l’equiparazione dei versamenti contributivi continua a rimanere al palo.

Il progetto “Statuto dei Lavori” va avanti da ormai 7 anni ed ha attraversato tutte le legislatore a prescindere dal colore politico, segno di un “consenso” seppur timido e sommerso ma trasversale.

Intanto anche il disegno di legge di riordino della 626/94 è basato sui principi dello statuto dei lavori.

Era uno dei progetti che più stava a cuore al compianto prof. Marco Biagi con il quale sarebbe stato stimolante continuare il confronto se una mano di pazzi scatenati non ce lo avesse impedito.

Commenti dei lettori

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  • dellemo

    29 Nov 2010 - 01:16 - #1
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    Per chi volesse approfondire il tema della “riforma” dello statuto dei lavoratori e quindi di un nuovo statuto dei lavori può consultare la mia tesi di laurea vincitrice del concorso nazionale indetto dalla cgil per il suo centenario
    http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=1648

  • Celso1000

    21 Jan 2011 - 15:10 - #2
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    Verso il nuovo statuto dei lavori “Liberare il lavoro per liberare i lavori”. Viviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e della discontinuità. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica. Confronto di discussione, che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a “produrre lavori di qualità”, non dimenticando mai l’obbiettivo primario quella che io chiamo “antropologia positiva” che vuol dire innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonomia capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia non evoluta ex comunisti e, quindi, sulla malafidenza verso le persone che non la pensano come loro. Ereditiamo da loro uno stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare. La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche enpirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle forme associative. Si tratta insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di “meno Stato, più società”. E’ comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese. Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attidudine ad assumere e a produrre lavori di qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorchè incerta. A realizzare attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per more jobs, better jobs. Il mio sogno che si arrivi presto ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capire l’idea ispiratrice. Vorrei che rivivesse lo Statuto dei lavoratori nella realtà che cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di Legge. UN’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa il nostro Paese la visse come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’ economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica.Quell’accordo rappresenta senza dubbio unam svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, e quello di gennaio 2011, così come quello per l’accordo di S.Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza. E segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali locali. Ma il caso dei due referendum sono innovativi nel metodo e resterà come pietra miliare nelle relazioni industriali. Meno Stato più società. Come diceva il Prof. Marco Biagi, “ non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti”. Solo i lavoratori e le loro Organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento.
    Celso Vassalini.
    Brescia gennaio 2011.

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