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Indagine Eurispes

Indagine Eurispes: identikit del lavoratore atipico laureato, con esperienze lavorative, senza figli

Negli ultimi anni i lavoratori si sono dovuti confrontare con forme contrattuali atipiche, spesso considerandole come strumenti utili per entrare nel MdL. Molti hanno pensato alla flessibilità come a una situazione temporanea, un dazio da pagare per lavorare in un periodo di crisi. Ma un’indagine realizzata dall’Eurispes rivela che atipici lo si resta a lungo: quella che sembrava una parentesi lavorativa sta assumendo un carattere di preoccupante stabilità.

Lavoro flessibile: non solo giovani
In Italia sono più di un milione e mezzo i lavoratori assunti con contratti di lavoro atipici. In dieci anni il loro numero è cresciuto del 76,1%, registrando 684 mila unità in più rispetto al 1993. Il lavoro flessibile si presenta quindi come un ingrediente strutturale della vita professionale di molti italiani, non solo giovani, ma anche in età matura. E’ quanto emerge dal Rapporto Italia 2005 dell’Eurispes e da un’indagine condotta nel periodo compreso tra il 25 novembre 2004 e il 5 gennaio 2005 su un campione di 446 lavoratori atipici di età compresa tra i 18 e i 39 anni. I risultati della ricerca fanno riflettere: circa il 60% degli intervistati afferma di aver sempre lavorato con queste tipologie contrattuali. Un dato che non è riferito solo ai più giovani (tra i 18 e i 25 anni), ma anche a quanti hanno raggiunto una piena maturità professionale: infatti, il 67,8% dei lavoratori tra i 33 e i 39 anni non ha mai conosciuto forme contrattuali stabili. La maggior parte degli intervistati lamenta la mancanza di adeguate tutele sociali (malattia, maternità, sicurezza sul lavoro) e sindacali (ad esempio, il diritto di sciopero).

Laureati… atipici
Lo status di atipico caratterizza anche i lavoratori in possesso di titoli accademici: il 55,9% degli intervistati possiede una specializzazione post-laurea e l’83,2% è laureato. L’atipicità del contratto - rivela l’indagine - è solo apparente: nella maggior parte dei casi si tratta di rapporti di lavoro subordinati mascherati.
Infatti il 78,5% dei co.co.co. lavora per un unico datore di lavoro, con l’obbligo di una presenza quotidiana di otto ore. Solo pochi (il 12,9%) possono gestire in modo del tutto autonomo i modi e i tempi del proprio lavoro. Insomma, la flessibilità non permette – come dovrebbe – di avere un maggior controllo sulla propria vita, ma ostacola la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di pensare al proprio futuro (si pensi al problema dell’accesso al credito). Quando si parla di “presentificazione della società italiana” o di “trentenni ripiegati sull’oggi” si esprime proprio la drammaticità di questa situazione. Non è quindi un caso che la maggioranza del campione (l’89,7%) sia celibe o nubile. Solo il 6,5% degli intervistati ha uno (3,4%) o più figli (3,1%).

Flessibilità…incompiuta
Quali sono le professioni più diffuse tra i lavoratori atipici? Il 27,9% degli intervistati lavora “a progetto”, il 22,9 ha un contratto occasionale, il 20,9 è un collaboratore coordinato e continuativo, il 13,2 ha un contratto part-time, l’8,5 lavora tramite agenzie interinali e il 5,4 con un contratto d’inserimento. A riprova del fatto che il lavoro flessibile non rappresenta, in definitiva, un’opportunità di primo inserimento, la maggioranza ha un’esperienza pluriennale: il 20% lavora da 2-3 anni, il 18% da 4-5 anni e ben il 22% da un periodo di tempo compreso tra 5 e 10 anni. Anche la mancanza di regolarità nei pagamenti viene percepita in maniera negativa: a fronte di un’ampia maggioranza che riceve lo stipendio mensilmente (il 71,5%), il 10,8% viene pagato ogni 2/3 mesi e l’11,2% senza una cadenza periodica. L’irregolarità colpisce, in particolare, la componente femminile (12,2%, contro il 9,8% degli uomini) e giovanile (15,5% dei ragazzi tra i 18 e i 25 anni, contro il 3,4% dei 33-39enni). Insomma, in attesa di valutare l’impatto sul MdL della Riforma Biagi, in Italia la flessibilità rappresenta per i lavoratori una necessità imposta più che un’opportunità liberamente scelta

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