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Poche scuole, ma buone

La riforma Gentile

La scuola italiana presentava agli inizi del secolo una netta distinzione fra il livello elementare, rivolto all’istruzione del popolo, e quello secondario, sostanzialmente riservato agli allievi appartenenti alle classi sociali più favorite. Cominciava tuttavia a manifestarsi una nuova domanda sociale di istruzione, proveniente da allievi di modeste condizioni, considerata con allarme dai detentori del controllo della cultura.
Dopo un mezzo secolo di sviluppo, il sistema scolastico italiano si trovava di fronte ad una svolta: proseguire aprendo le porte dell’istruzione secondaria ai numerosi allievi che completavano la scuola elementare o interrompere tale processo, marcando ancora di più il confine tra una scuola per il popolo ed una riservata alle classi più favorite. Con la riforma del 1923 che reca il nome del Ministro Giovanni Gentile, si scelse la via della limitazione degli accessi. “Poche scuole, ma buone”, era la parola d’ordine, con l’effetto di contrarre, almeno inizialmente, il numero degli allievi.
Il quadro complessivo era così articolato:ordine classico: liceo classico e scientifico, istituti magistrali e scuole magistrali;ordine artistico: licei artistici e istituti d’arte;ordine tecnico: istituti tecnici;ordine professionale: istituti professionali.
La formazione umanistica era l’unica che consentiva la prosecuzione degli studi all’università, veniva abolita la sezione fisico-matematica degli istituti tecnici. Al liceo classico fu affiancato a titolo sperimentale il liceo scientifico. La formazione popolare, orientata all’inserimento rapido nelle attività produttive, attraverso gli istituti tecnici e professionali, rappresentò specie nelle aree arretrate del Paese, il tentativo di stimolare e promuovere lo sviluppo economico locale. Nel 1956, in sostituzione delle scuole professionali femminili, fu istituito l’istituto tecnico femminile con lo scopo di “preparare all’esercizio delle attività tecniche più proprie della donna”.