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Cercando un altro Egitto: Catastrofi e scrigni di Simone Ciani

Recensiamo, anzi, invitiamo alla lettura di un testo interessante, il testo di un giovane, già salutato da critiche favorevoli molto più autorevoli delle mie (per esempio quella di Tabucchi), purtroppo scomparso giovanissimo, nel 1996, quando aveva appena ventidue anni.

Cercando un altro Egitto

Molti di voi avranno riconosciuto in questo titolo una canzone di Francesco De Gregori, la bella metafora del cantautore romano a me serve, però, per recensire un testo interessante, il testo di un giovane, già salutato da critiche favorevoli molto più autorevoli delle mie (per esempio quella di Tabucchi), purtroppo scomparso giovanissimo, nel 1996, quando aveva appena ventidue anni.
Complice, certo, la situazione che si è venuta a creare, i suoi raccontini e pensieri, a volte appena abbozzi, sono stati selezionati e pubblicati in un volumetto dal titolo , ripreso da quello di uno dei racconti, “catastrofi e scrigni”, nel quale il secondo termine sembra alludere ad una promessa di qualcosa di meraviglioso, promessa che, purtroppo, Simone Ciani non ha potuto mantenere. Già, perché mi permetto di presupporre, che il meglio del narratore, dovesse ancora venire e quindi mentre la catastrofe si è avverata, lo scrigno è rimasto chiuso, non prima però di averci lasciato un’odore, un’intuizione di quello che avrebbe potuto contenere. Simone, probabilmente, il proprio Egitto lo stava ancora cercando.
La scrittura a volte appare ancora faticosa, i dialoghi forse troppo costruiti, ma poi lo snodarsi, le vicende narrate, con la loro semplicità sintattica e (molte volte) prevedibilità evenemenziale, catturano e lasciano un rimpianto, il rimpianto per quello che Simone avrebbe potuto scrivere. Leggo “Metrò”, uno dei racconti inclusi nella raccolta, la storia di un ragazzo claustrofobico che un giorno, inspiegabilmente, decide di prendere il metrò e lì si innamora di un volto, da allora il metrò diventa lo strumento della sua ricerca… lo trovo, il passo in cui dice che un giorno, improvvisamente, aveva deciso di prendere il metrò, lo cito: “Non si può dire perché l’abbia fatto: l’ho fatto e basta, con la stessa inspiegabile naturalezza con cui parlando con una persona si sposta per un attimo lo sguardo su una parete vicina, o su un oggetto. La stessa inspiegabile naturalezza con cui ci si innamora.” Per cui il libro, edito da Polistampa, può essere letto con giusta soddisfazione, perché è un buon libro, con atroce rimpianto per le promesse che non ha potuto mantenere, per l’Egitto incredibile che ci annunciava, racchiuso in uno scrigno del quale possiamo soltanto intuire lo splendore del contenuto.