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Intervista a UGO CORNIA

1) Chi è Ugo Cornia? Non è molto importante sapere chi sono perché un libro deve dire tutto lui,senza bisogno di nient'altro. Che io sia nato nel 63 o nel 47, se uno non vuole fare delle analisi sociologiche, non è affatto importante e non è neanche importante che io insegni all'università o che faccia il macellaio o il pilota di rally. I libri dovrebbero parlare da soli.

2) Il libro che preferisci e perchè?

E’difficile dire un libro solo perché ne preferisco tanti. L’ultimo libro che mi ha molto colpito è “trilogia della città di k.” di Agota Kristof, e prima “Cosmo” di Gombrowicz, e prima “Todo modo” di Sciascia, e prima “La cantina” di Thomas Bernhard, ma amo anche da matti molte cose di Cavazzoni, Celati,
Malerba (per esempio “Il serpente” che è bellissimo)ma di sicuro mi scordo un sacco di libri che mi piacciono moltissimo.

3)Cosa vuol dire scrivere sulla morte e parlare di felicità?

Io in genere, e delle volte non so se si capisce bene, per felicità intendo quel modo di stare al mondo in cui si ha pochissimo pensiero riflessivo, in cui c’è poco spazio per la coscienza giudicante, quella che dice “io” e quando osservi una cosa ti fa sentire tu che osservi invece che una specie di cosa fluente che è tutto lo spazio che c’è davanti a te. La morte di qualcuno molto vicino a te fa un effetto che credo sia un po’
simile a quello di certe droghe o degli innamoramenti forti, una specie di dimensione del perdere la testa: un modo di percepire le cose basato sull’abitudine e sulla cecità che ne deriva (in cui di tutto quel che vedi selezioni sempre quello, sempre quello, sempre quello, si sfarina subito), fuori dell’abitudine e della giornata consueta, come anche negli stati di forte nostalgia e nelle situazioni un po’ erotiche, il mondo tira fuori da sé stesso dei colori belli vivaci. Per me certe situazioni hanno un po’ il senso che ho appena descritto.

5) Il mestiere di scrivere, qualche consiglio… o qualcosa da evitare

Per me il mestiere di scrivere non è un mestiere. Se io, con un libro, guadagnassi moltissimo sarei contentissimo, ma cercherei di considerarla una vincità alla lotteria, una botta di culo. Credo che tutte le cose che ci piacciono vada evitato di trasformarle in mestieri. Per come sono fatto io,
io cerco anche di non farne una pratica quotidiana, aspetto che arrivi nella mia testa qualcosa che ha proprio bisogno di essere scritto per forza, come se questo qualcosa mi dicesse adesso ti metti a scrivere perché io oggi ho proprio bisogno di prendere un po’ d’aria e di uscire all’aperto. Quando mi capita che ho scritto due o tre pagine, dopo, per venti giorni faccio
qualcos’altro: lavoro, vado a spasso, gioco a calcio, leggo etc. come quelli che non scrivono. Io direi “il divertimento di scrivere” nei periodi contenti o “il bisogno di scrivere” nei periodi frustrati.

6) Identità e narrazione, trovi qualche collegamento? Quali?

Identità è un concetto che più passa il tempo e più mi disturba perché identità con che cosa? Oppure identità con chi? E nel caso dell’identità con se stessi mi verrebbe da dire identità con se stessi chi? E anzi mi sembra bello del mettersi a scrivere che uno trova sempre qualcos’altro. Trovare qualcos’altro mi sembra bello, perché uno esce dalla sua noia, come quando hai voglia di vedere una che ti piace, di vedere com’è fatta la sua casa. Che leggere, conoscere della gente, è sempre come partire per dei viaggi, è per quello che ne vale la pena, per uscire dalla noia ripugnante di noi stessi, per avere qualche speranza di divertirsi un po’ e di vedere qualcosa.

Grazie

Grazie a te