Una recensione a City di SIMONE PIAZZESI

Simone, affezionato utente, ci propone di pubblicare una sua recesione, tramite il servizio "Scrivi alla Guida". La recensione è per City di Alessandro Baricco, negli intenti almeno, in realtà Simone tenta l'impresa dell'interpretazione complessiva di un autore, con buoni strumenti. Non facile, ma davvero interessante...


“City” di Alessandro Baricco

Baricco in City fa quello che, indubbiamente, sa fare meglio: racconta storie, come farebbe un nonno ad un nipote o un saltimbanco ad una corte. Non voglio soffermarmi qui su quello che racconta, sul “contenuto” stretto (che comunque è sempre di una godibilità unica), ma voglio cercare di capire perché racconta quelle storie e perché le racconta in quel modo.

Sembra infatti che Baricco abbia lasciato come tante pietruzze sparse nei suoi libri (specialmente in Castelli di rabbia e City) che, se seguite, conducono ad un nucleo filosofico, ad una verità ben più profonda dell’apparente semplicità e linearità delle sue storie.
Mi è sembrato, leggendo i suoi libri, che Baricco volesse svelarci come un segreto, o forse solo una sua personalissima idea, come un qualcosa che avesse a che fare in modo strettissimo con la natura stessa di una storia e di un libro.
“Che cos’è la letteratura?” e “Perchè si scrive?” si chiedeva anni fa Jean Paul Sartre… ecco, mi è sembrato che Baricco avesse cercato una sua personale risposta a questa domanda e avesse scelto, per comunicarcela, non la forma ampollosa del saggio ma quella molto più fruibile e leggera del romanzo.
La mia è forse un’idea banale, ma mi sembra che la Scrittura e il Raccontare Storie assolva nei libri di Baricco (ma forse in ogni libro) la funzione di rifugio dalla realtà, di nascondiglio in cui correre a nascondersi per fuggire all’assalto del Dolore, in qualsiasi forma lo si intenda: dolore fisico, morale, esistenziale. La letteratura, che è finzione per definizione (e quindi qualcosa di diverso dalla realtà) diventa adesso finzione salvifica. E a questo si aggiunge un’altra cosa: solo nel Dolore si nasconde, perla dentro l’ostrica, l’Autenticità, il segreto ultimo delle cose, la vera natura del Reale. La letteratura ci allontana dunque dalla Verità? No, paradossalmente fa l’operazione opposta, ci avvicina. C’è un piccolo particolare infatti: gli occhi umani non reggono alla vista dell’Autenticità, non la sopportano, è forse una luce troppo forte per loro, e quindi ecco che si appannano le percezioni, si inizia a non voler vedere la Verità e si confondono le figure esatte che il Dolore ci ha messo davanti. Così fanno i naufraghi sulla zattera dell’orrore in Oceano mare, così fanno i turisti davanti alle Nimpheas di Monet in City, così fanno in definitiva un po’ tutti i pazzi: fuggono dal bagliore dell’Autenticità, racchiusa nel Dolore, e si creano un mondo alternativo in cui poter almeno sopravvivere.
Riassumendo: la letteratura è un rifugio dal Dolore, ma solo nel Dolore c’è la Verità che però non può essere guardata ad occhio nudo; ecco quindi che l’unico modo per non ferirsi e per poterla percepire è guardarla attraverso il filtro della letteratura, che fa vedere e non vedere, trasformandosi in una specie di rifugio-pazzia che permette agli uomini di intuire l’Autenticità, di spiarla senza rimanerne accecati.

Lo scrittore è quindi un pazzo? In un certo senso sì: è una specie di schizofrenico organizzato con tutto un proprio mondo, un proprio universo coerente di fatti e personaggi. Lo scrittore però, a differenza dei pazzi veri, riesce a gestire e incanalare la sua follia ordinando quei pezzetti di Verità che il suo animo sensibile gli ha concesso di scoprire. In un certo senso è un privilegiato, un essere speciale che riesce a capire la falsità del reale e intuisce brandelli di Verità a cui riesce a non soccombere (come invece fanno alcuni personaggi in City) in quanto li sa organizzare e collocare in un nuovo ordine accessibile a tutti.
Ecco cosa sono le storie raccontate da Baricco: sono le navicelle su cui salire per la fuga da un reale doloroso e falso messe a punto da un meccanico d’eccezione: lo scrittore. E di cosa sono fatte queste navicelle? In Baricco esse sono fatte di particolari presi dal grande quadro della vita (la vita di ogni personaggio si intende, ma anche, molto probabilmente, qualcosa della vita dello scrittore, ma questo non lo possiamo sapere e fondamentalmente non ci riguarda), sono tanti tasselli rielaborati, smussati, e riordinati.
Ogni racconto, e ogni racconto nel racconto, è un patchwork di frammenti di vita presi da un’esistenza che non soddisfa e che quindi il personaggio si sforza di cambiare (perché in Baricco sono i personaggi stessi a raccontare le storie), di modificare anche se solo con l’immaginazione, su un livello ideale. Come nel finale dei “Soliti sospetti”, la fantasia viene in aiuto per saldare i tanti componenti offerti in modo distratto e caotico dalla vita. È un’opera di ripescaggio, di riciclaggio di momenti vissuti, oppure di momenti sognati e desiderati che vengono rifusi in una nuova, organica miscela multicolore.

E come vengono raccontate queste storie? Qui viene fuori tutta l’abilità di Baricco. Solitamente si dice che uno scrittore è riconoscibile perché ha un suo stile proprio, ha una sua impronta riscontrabile in ogni pagina. La qualità di Baricco è invece quella che (spero di non esagerare con l’accostamento) era stata già di Proust: non uno stile dell’autore ma uno stile per ogni personaggio del racconto, come se ognuno fosse uno scrittore diverso che parla autonomamente e in modo personalissimo perché ha alle spalle un proprio vissuto, un proprio pubblico ideale, una propria capacità espressiva diversa da quella di tutti gli altri. Ecco che allora abbiamo il tono epico-hollywoodiano di Shatzy che racconta il suo western, abbiamo il tono da ragazzo di strada di Gould che racconta le gesta del suo pugile-eroe metropolitano, abbiamo il tono intimistico di Ruth che nel finale prende parola per raccontarci gli ultimi giorni di Shatzy, abbiamo il tono accademico-pedante dei professori universitari e quello tecnico-filosofico (ma anche lui un po’ da strada) del professor Kilroy…. e lo stile, il tono di Baricco qual’è? È proprio questo: il saper gestire con istrionica abilità mimetica i diversi toni di tutti i suoi figli letterari.

Vogliamo provare a trarre qualche conclusione? Proviamo.
La letteratura è una forma di pazzia in cui però ci possiamo rifugiare per percepire una qualche forma di Autenticità altrimenti irraggiungibile e chi scrive letteratura deve essere per forza una specie di pazzo che però sa gestire a meraviglia la propria follia regalandoci racconti che sono le navicelle su cui salire per fuggire nell’Altro Mondo della letteratura. Ogni scrittore poi costruisce queste navicelle come meglio sa, e Baricco le costruisce come detto.

Chiaramente tutto quello che avete appena letto non è vero e tantomeno è una mia idea perché, come il professor Kilroy ci insegna, “l’onestà intellettuale non esiste”.

Simone Piazzesi

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