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1943, una poesia di Simone Pasquinelli

Simone Pasquinelli nasce il 3/8/72 a Pescia. Abita da sempre a Monsummano Terme, paese di Giuseppe Giusti, illustre poeta dell'800. Mentre Simone frequenta l'università (corso di laurea in psicologia), porta vanti le sue numerose passioni (scrivere poesie e romanzi, cantare, suonare, dipingere, collezionare orologi), sognando un futuro migliore...

Vennero all’alba di un giorno qualunque,

come nuvole mosse dal vento.

Tremava la fiamma della mia candela,

nell’aria agitata del loro passaggio.

Ci dissero: “Partenza!”

E fu chiaro messaggio.

Sotto l’occhio spietato del mitra,

lavai via la vita di dentro

e tolsi, poi, da quella valigia,

tutto quello che non mi serviva.

Cappotti e vestiti..?

Ci daranno uniformi.

Le scarpe…Il rasoio,

la spazzola e il pettine d’osso…

Pensai: “Son cose di ieri,

più grande è il bagaglio che porto.”

Me ne andai su quel treno sbuffante,

nascosto nel cotone del vapore,

con lo spago avvolto sul cuore,

senza aggiungere oggetti al mio peso,

ma memorie.

Tenevo dentro il tuo sorriso,

e il tuo pianto di gioia col volto sudato

e le braccia protese.

C’era posto per il piccolo Samuel,

e ci stava il mattino che ti vidi arrivare,

con le mie promesse stupide davanti al camino.

Intanto, in un angolo,

mio padre e mia madre,

mi guardavano far capriole,

nel tentativo di nascondermi e non farmi trovare,

quando chiamavano per andare a mangiare.

Avrei voluto anch’io tuffarmi là dentro,

c’era ancora un po’ di spazio,

e lasciare il mio corpo da solo,

come un fragile vaso in mezzo agli altri.

Ma nel fragore del viaggio,

si mischiavano voci.

Un vecchio diceva: “Laggiù farà freddo,

c’è sempre tanta neve.”

“Non temere,” gli dicevo, “torneremo a casa presto.”

Mi rispondeva: “Certo…

Come fumo disperso dal vento.”

Io stringevo forte al petto

la mia scarna umanità.

Si parlava anche di docce

e di teste rase a zero,

e fu così che, lentamente,

nel mio cuore,

il solo posto ormai rimasto…

Si fece nero.

Simone Pasquinelli.
1/8/2001.