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LO STRETTO NECESSARIO Il flauto andino

La prima volta che veniva in Spagna e…proprio a Valencia. Fine Novembre, un caldo che in Italia si ricordava solo a metà o fine giugno, e lui, qui, con tanto di cappotto e abiti invernali, mentre in giro, la gente viaggiava vestita come se l’Estate non fosse ancora finita. Un racconto di Andrea (woquini) Frasconi

La prima volta che veniva in Spagna e…proprio a Valencia. Fine Novembre, un caldo che in Italia si ricordava solo a metà o fine giugno, e lui, qui, con tanto di cappotto e abiti invernali, mentre in giro, la gente viaggiava vestita come se l’estate non fosse ancora finita.

Non fosse stato per lavoro chissà mai quando ci sarebbe venuto in Spagna! Spagna.
Qualche vago ricordo d’anni prima: racconti di studenti fuoriusciti e conosciuti nelle manifestazioni contro la dittatura franchista. Quanti anni erano passati da allora? Venticinque? Trenta? Non se lo ricordava nemmeno. Sinceramente aveva sempre pensato alla Spagna come ad un Paese piuttosto lugubre, identificato con l’auto da fè e l’Inquisizione, la repressione franchista, il potere dell’Opus Dei, ed altre amenità del genere.
Erano passati ventinove anni. Adesso lo ricordava, ma la sensazione di fastidio lo permeava ancora, procurandogli un senso di calore fastidioso e appiccicoso.

A sentire i suoi colleghi, eppure, la città avrebbe dovuto essere bella, interessante e piena di vita. Prima di partire, come il solito, nel consegnargli la valuta, il cassiere, gli aveva fatto le solite raccomandazioni che faceva a tutti quelli che, per lavoro, dovevano andare all’estero: “Spendi solo lo stretto necessario, l’albergo è pagato, i pranzi pure, il nostro corrispondente ti anticiperà quanto ti serve, se avrai bisogno, non usare più di tanto questa valuta, e non portare indietro monete, perché la banca, poi, non accetta di cambiarle. Nel caso di pranzi con i clienti, lascia pagare al nostro corrispondente, e, soprattutto portami i giustificativi delle spese che farai.” Erano oltre venti anni che si sentiva fare le stesse raccomandazioni; lui come gli altri che partivano; sempre la stessa musica, nemmeno sperperasse i soldi dell’azienda. Al suo ritorno, il cassiere scopriva che le spese erano state poche e che i suoi consigli erano stati seguiti, ma in compenso, e, quasi con una sorta di sottile e sadico piacere, rovesciava sulla sua scrivania le tasche piene di monete. Aveva fatto ormai l’abitudine alle solite raccomandazioni, tanto che aveva perduto il vizio di rispondere a tono.

Ricordati che sei qui per lavoro, continuava a ripetere a se stesso. Stai concentrato, e niente distrazioni.
Aspettando, nella hall dell’albergo, che Alberto, il collega della filiale spagnola dell’azienda, venisse a prenderlo per fare un giro nel centro di Valencia, non poteva fare a meno di ricordare quello che aveva notato durante il tragitto dall’aeroporto: cantieri, cantieri, e ancora cantieri, tutti indaffarati come formiche; dove era finita la proverbiale apatia spagnola?

Alberto aveva insistito per fargli vedere la vita notturna, e, francamente, a lui non interessava granché, aveva solo voglia di dormire. Lui, invece, arrivò puntuale, sorridente come sempre, con lo stesso sorriso che aveva quando lo incontrò per la prima volta in Italia, un sorriso tra l’accattivante ed il canzonatorio. Esauriti i convenevoli di rito, salirono in auto e si diressero, verso il centro della città.

Alberto insistette che lui gli parlasse in italiano; voleva imparare la lingua. Tu parla spagnolo e valenciano, rispose così, almeno, io imparo lo spagnolo e il valenciano, insieme!. Risero.

Nei pressi della Cattedrale, parcheggiata l’auto, si trovò avvolto in un’atmosfera quasi…familiare. Bambini che scorrazzavano, famiglie intere che passeggiavano, pochi turisti, ritrovi aperti, con i clienti seduti ai tavolini a bere bibite fresche e birra. Una di quelle atmosfere mediterranee da “dopo cena” come in Italia. Sentì una musica che proveniva da un lato della piazza, e chiacchierando con Alberto che lo voleva portare a visitare la Cattedrale, fece in modo di avvicinarsi al luogo dove proveniva.
Erano cinque. Quattro piuttosto giovani e uno attempato, forse di cinquantacinque o sessanta anni. I giovani suonavano le chitarre, una specie d’organo elettronico e delle percussioni; l’anziano, una specie di flauto, fatto di canne legate insieme in ordine decrescente. Osservandoli bene notò i tratti somatici da indio sud americano nei cinque.
La musica riempiva la piazza, e i passanti lasciavano davanti a loro qualche peseta, solo in pochi si fermavano ad ascoltarli. Quella musica, così intensa e piena di vibrazioni antiche gli ricordava qualcosa. Frugava nella sua mente, ma non riusciva a ricordare; eppure era coinvolgente, come se quelle vibrazioni risvegliassero qualcosa. Erano soprattutto le note del flauto che lo facevano vibrare, che facevano riaffiorare i ricordi: e ricordò, ricordò tutto. Ricordò il flauto. Il flauto andino, ma non ne ricordava il nome con cui era chiamato, e la musica. Quella musica che era approdata in Italia insieme ai profughi cileni, argentini, e ad altri sud americani che, dalla fine degli anni ’60 alla metà dei ’70, fuggivano dalle varie dittature militari. Ricordò quella musica, fatta di sonorità e vibrazioni sconosciute, allora, dove il nuovo si mescolava con l’antico.
Si avvicinò loro durante un attimo di pausa, e, cercando con gli occhi l’anziano del gruppo, nel suo spagnolo stentato e sgrammaticato, chiese:
Puedes cantar la cancion “Simon Bolivar” de los Inti Illimani?
L’anziano non rispose, ma lo guardò fisso, senza alcun’espressione sulla faccia, lo sguardo che sembrava passare oltre la sua persona e guardare più lontano. La faccia di pietra da indio si rivolse agli altri quattro e disse: Simon Bolivar, chicos!, e la musica e la canzone partirono.
Rivide i suoi sogni, la gioventù, le speranze, le illusioni, gli slanci improvvisi, le idee che sembravano si materializzassero da un giorno all’altro, le utopie e le disillusioni che ne seguirono, il passato e il presente, gli amici perduti e quelli abbandonati, e…tante altre cose che il flauto risvegliava, mentre le note della canzone riempivano la piazza. Ricordò la canzone originale, e non gli sembrò che, allora, fosse suonata anche con il flauto, ma adesso…erano le note del flauto che facevano da padrone, mentre le chitarre e le tastiere sembravano cedere il passo, limitandosi all’accompagnamento. L’anziano suonava, suonava il suo flauto muovendolo agilmente davanti alle labbra, mentre gli altri, cantavano accompagnandosi con le chitarre, quasi in sordina, come per lasciare spazio al suono del flauto. La canzone, poi, cessò, così com’era iniziata.
Si frugò nelle tasche, prese diverse banconote da 1000 pesetas, che teneva sparse per abitudine, per non dover prendere sempre il portafogli, e, senza contarle, le lasciò cadere a terra tra le monete che avevano lasciato i passanti.
Mormorò un gracias stentato, quasi vergognandosi del gesto, all’indirizzo dei musicisti e ritornò verso Alberto, che, in silenzio, lo stava ad aspettare seduto su una panchina di fronte al gruppo. Aveva gli occhi lucidi, un nodo in gola, ma si sentiva il cuore leggero. Si sentì afferrare per un braccio. Si voltò di scatto, vide l’anziano con in mano una parte delle banconote che aveva lasciato cadere, e, aprendogli la mano, gliele appoggiò sul palmo, richiudendoglielo subito.

Solo lo mero necesario, compa disse. Poi gli voltò le spalle e ritornò sui suoi passi.

Lui si rivolse verso Alberto, e chiese: Che cosa ha detto? Non ho capito niente. Alberto lo guardò, e, tra il sorpreso e l’imbarazzato rispose: Ha detto, solo lo stretto necessario, compa.

Che cosa significa?

Probabilmente che gli hai dato troppe pesetas e lo hai messo in imbarazzo rise Alberto.

Ho capito. Dimmi, però, cosa significa “compa?”

Alberto lo guardò pensieroso e rispose: Significa compadre, come …compañero.

Lui guardò verso il gruppo che aveva ripreso a suonare, e il flauto che continuava a lanciare alte le sue note, mentre le chitarre e l’organo lo accompagnavano, quasi con delicatezza.
Si soffermò un attimo a guardare il gruppo, e lo sguardo s’incrociò con quello dell’anziano. Ammiccò un attimo verso di lui e andandogli incontro disse, nel suo solito spagnolo sgrammaticato:
Si, ahora comprendo, solo lo mero necesario. Solo lo stretto necessario…compa.

Cinque giorni dopo, concluso il suo lavoro e salutato Alberto, salì sull’aereo e ripartì alla volta dell’Italia. Si presentò in ufficio di buon’ora, il giorno seguente, quando ancora non c’era nessuno, ma solo il cassiere. Salì in contabilità, gli si sedette di fronte, mettendogli davanti il biglietto aereo, un mazzetto di scontrini e ricevute fiscali, e le pesetas avanzate, nonché le solite monete che provocarono l’usuale gemito di disapprovazione. Dopo un rapidissimo conto su quello che aveva riportato, monete incluse, e confrontatolo con quanto gli aveva dato prima di partire, il cassiere alzò lo sguardo e gli disse:
Mancano i giustificativi per 11.700 pesetas.

Può essere rispose in Spagna non è come in Italia, e non sempre ti rilasciano la ricevuta. Ho pagato un conto e non ho preso la ricevuta, più altre piccole spese con clienti.

Era proprio necessario? chiese l’altro Ti ho sempre detto, a te come agli altri, di spendere solo lo stretto necessario, altrimenti mi create dei problemi con tutte le vostre spese senza le pezze giustificative.

Hai ragione, per la tua parte rispose ma …he gastado lo mero necessario.

Cosa accidenti dici? disse irritato il cassiere la Spagna ti ha dato alla testa o mi stai prendendo in giro?

Prenderti in giro? E quando mai? Ti ho solo detto che…..ho speso lo stretto necessario