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La collera del monte Ararat di Yashar Kemal

L'inebriante romanzo del cantore delle terre del Tauro

La collera del monte Ararat di Yashar Kemal, copertina

“Nel cuore del regno ottomano, su un crinale del monte Ararat, c’è un lago; a quattromiladuecento metri d’altezza, profondissimo e stretto come un pozzo, cinto su ogni lato da rocce rosse, sfavillanti e affilate come lame di coltello. Qua e là sulla terra spuntano chiazze d’erba verde. Poi comincia il blu del lago, un blu diverso da ogni altro blu, un blu come non ce n’è altri al mondo, come non lo si ritrova in nessun’altra acqua, in nessun altro blu. Un blu scuro e soffice come il velluto”.

Sul crinale del monte Ararat prendono vita i personaggi e le leggende di Yashar Kemal, cantore di una Turchia atavica, pulsante di inebrianti profumi e di colori violenti.

Ad attrarre lo sguardo dell’autore è una regione di confine, storicamente in territorio armeno e situata oggi nel nord-est della Turchia. Una terra antica dal sapore biblico, in cui la tradizione vuole sia finito il viaggio di Noè e della sua Arca. Una terra in cui si incrociano popoli e culture differenti, riuniti sotto l’impero ottomano.

L’universo dipinto da Kemal riecheggia di voci. La musica dei flauti che attraversa le vallate si fonde con l’immagine di donne danzanti con cavigliere di corallo; una folla di rapsodi e pastori popola la montagna e il soffio fragile dei pifferi, canto mitico che ci riporta all’origine stessa della poesia, riesce a esprimere il furore dell’immenso Ararat.

La vicenda raccontata assume la cadenza di un destino: un meraviglioso cavallo bianco mandato dall’Onnipotente, l’amore della figlia del pasha, Gülbahar “la Sorridente”, per l’umile contadino Ahmet, la saggezza del vecchio Sofi dalla lunga barba bianca, le magie nella fucina di Hüso, il fabbro adoratore del fuoco; personaggi eroici e tragici che celano dietro un silenzio ostinato e alla fede nelle tradizioni la loro tenace opposizione all’arroganza della tirannia, mentre il susseguirsi di mille soli e di mille primavere scandisce un tempo mitico e incantato, ma non alieno dalla violenza delle passioni umane. Lo scrittore intona con tocco poetico una celebrazione dell’amore che è al contempo una condanna dell’autoritarismo.

La prosa di Kemal segue le cadenze dell’epopea, le vibrazioni del canto dei flauti che si ripetono come una nenia, rincorrendosi e accavallandosi; si dipana ampia ed evocativa avvolgendo il lettore nell’abbraccio di un oriente ancestrale e graffiando nello stesso tempo le radici della crudeltà e dell’infelicità umane.