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Da Jean-Marie Gustave Le Clézio a Herta Muller: i volti sconosciuti del Nobel alla Letteratura

Anche quest’anno il Premio Nobel per la letteratura è stato conferito a un autore che in Italia è pressoché sconosciuto, anzi a un’autrice. Dopo la vittoria di Jean-Marie Gustave Le Clézio, lo[...]

Anche quest’anno il Premio Nobel per la letteratura è stato conferito a un autore che in Italia è pressoché sconosciuto, anzi a un’autrice. Dopo la vittoria di Jean-Marie Gustave Le Clézio, lo scrittore francese nato a Nizza ma la cui esistenza si è intrecciata a Nigeria e Thailandia, Messico e Panama, Corea del Sud e Mauritius, quest’anno è stata la volta di Herta Muller. Anche nel caso di questa scrittrice parlare di confini è un’operazione difficile, una delimitazione labile. Si tratta infatti di un’intellettuale tedesca ma nata e cresciuta in Romania, più precisamente nel Banato Svevo, una regione limite, di lingua e cultura tedesca ma passata sotto controllo romeno dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Se nel caso di Le Clézio la motivazione del premio fu: “autore di nuove sperimentazioni, avventure poetiche e di sensuale estasi; esploratore di un’umanità dentro e fuori la civiltà imperante“ per quanto riguarda la Muller il riconoscimento è “per aver descritto la realtà dei diseredati con la forza della poesia e la franchezza della prosa“.

L’opera di Herta Muller è infatti legata intimamente alla terribile esperienza del regime di Ceausescu, che la scrittrice visse in prima persona e di cui subì le conseguenze. Nel 1979 infatti, dopo essersi rifiutata di collaborare come spia con la Securitate, i servizi segreti del regime comunista, fu licenziata dall’azienda presso cui lavorava come traduttrice.

Un’esperienza dura, ritratta con forza nel suo romanzo ritenuto più importante: “Herztier” (che letteralmente significa “bestia del cuore”), uscito nel 1994 e pubblicato in Italia qualche anno fa da Keller Editore con il titolo “Il paese delle prugne verdi”.
Si tratta di un romanzo in parte autobiografico, che narra la storia di quattro amici, perseguitati dalla polizia politica di Ceausescu per le loro idee.

“L’ho scritto in ricordo dei miei amici romeni uccisi sotto il regime di Ceausescu”, afferma la scrittrice, per la quale il tema della dittatura resta quello centrale della sua opera. “E’ stata l’esperienza più intensa e violenta della mia vita e il solo fatto di essere andata a vivere in Germania, a centinaia di chilometri di distanza, non ha cancellato quel mio passato e il fatto di essere stata costretta a imparare a vivere attraverso la scrittura” (fonte: Ansa).

La scrittura di Herta Muller è secca, sincopata ma allo stesso tempo intensa e poetica e ha il pregio di ritrarre con potenza un universo troppo spesso sconosciuto. Insomma anche per il Nobel alla Letteratura quest’anno non sono mancate le polemiche, vuoi per l’esclusione degli americani, assenti dal 1993, vuoi per la tendenza sempre più marcata a premiare scrittori poco noti. La polemica è l’essenza dei nostri giorni ma se, come crediamo, la letteratura deve avere ancora quell’incomparabile funzione di “lente di ingrandimento” puntata sulla realtà in cui viviamo, allora, forse, il riconoscimento a Herta Muller non è poi così fuori luogo.